www.questomeseidee.it - anno 5 numero 6 - luglio/agosto 2017
45 anni fa, l'”Apollo 13″: il “fallimento di maggior successo della NASA”
- aprile 2015 -

Alle 18.07 del 17 aprile 1970 l’ammaraggio. La USS Iwo Jima, poco dopo, avrebbe regalato al mondo le prime immagini degli astonauti dell’Apollo 13 provati ma sorridenti. Da ogni angolo del pianeta milioni di telespettatori avevano trattenuto il fiato e, dopo la perdita delle comunicazioni, finalmente il destino dell’equipaggio fu certo. Contro ogni probabilità ce l’avevano fatta. Erano sopravvissuti alle temperature infuocate generate dall’attrito con l’atmosfera in un mezzo quasi “di fortuna”. Fu definito il “fallimento di maggior successo della NASA”.

Quella avrebbe dovuto essere la terza missione “Apollo” a sbarcare sulla luna. Il lancio, come da copione, l’11 aprile da Cape Canaveral, in Florida. Già nelle prime fasi di volo, tuttavia, ci furono i primi problemi dovuti al difettoso funzionamento dei motori. Raggiunta l’orbita lunare si decise di sganciare il terzo stadio del razzo facendolo impattare sulla Luna. Come si dimostrò poi, fu come far esplodere 10 tonnellate di TNT: sulla superficie scatenò un terremoto e la fuga di un’enorme nube gassosa.

55 ore dopo il lancio, l’ennesima e più preoccupante avaria. Il controllo di missione ricevette questa trasmissione radiofonica: “Okay, Houston, abbiamo avuto un problema". Uno dei quattro serbatoi del modulo di comando era esploso. L’allunaggio fu annullato e solo una prospettiva di sopravvivenza si offrì a quel punto a James Lovell, "Jack" Swigert e Fred Haise, e cioè abbandonare il modulo di comando e servizio e rifugiarsi nel piccolo “LEM”, il modulo lunare che avrebbero dovuto utilizzare per raggiungere la Luna. Sarebbe diventato la loro “scialuppa di salvataggio” per tentare il rientro verso la Terra.

Il LEM, tuttavia, ci si rese conto, era stato progettato per ospitare solo due persone: i filtri dell’anidride carbonica del piccolo modulo non sarebbero stati sufficienti al sostentamento di tre persone. Fu allora che un poll di scienziati della NASA lavorò senza sosta per trovare una soluzione. Alla fine guidarono passo passo l’equipaggio, ormai stremato dalla tensione, facendo loro adattare, con i pochi mezzi che avevano a bordo (compresa una cartelletta e del nastro adesivo), i filtri del modulo di comando all’impianto del LEM.

Seguendo una traiettoria di “ritorno libero” i tre, incredibilmente, traformarono questo tentativo disperato in un successo. Sopravvissero per più di 300.000 chilometri in un ambiente freddo e angusto. Sfidarono le temperature per cui la loro “scialuppa” non era stata progettata, e ammararono infine nell’Oceano pacifico. Si era scelto il luogo non a caso: col modulo, sarebbe bruciata infatti anche la stazione “ALSEP” che conteneva pile atomiche con ben 4 chili di plutonio. Nessuno poteva prevedere cosa sarebbe accaduto o, nel migliore dei casi, quali effetti avrebbero avuto sui tre i rigori del viaggio.

Dopo 87 ore di preoccupazioni, un mondo diviso, per qualche istante, gioii insieme.

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