www.questomeseidee.it - anno 5 numero 7 - settembre 2017
“A un tempo in cui il pensiero è libero”
- maggio 2017 -
di Roberto Barucco
“Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l'uno dall'altro e non vivono soli... a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto. Dall'età del livellamento, dall'età della solitudine, dall'età del Grande Fratello, dall'età del bispensiero... tanti saluti!”. (George Orwell, 1984)
 

“Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l'uno dall'altro e non vivono soli... a un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto. Dall'età del livellamento, dall'età della solitudine, dall'età del Grande Fratello, dall'età del bispensiero... tanti saluti!”. (George Orwell, 1984)".

Perché Orwell? Perché mi costringe a riflettere. Qualche tempo fa mi sono accorto di passare tempo, come tanti, sui social media, sui social network, su ogni derivazione del concetto di internet e di rete. Poi ho notato che quel tempo, come per tanti, era tanto. Infine ho visto che cosa produceva in effetti, quel tempo.

Tolta la funzione di dialogo diretto a costo zero (concetto errato, perché muovendoci a livello di social, usandoli, di fatto lavoriamo gratis fornendo valanghe di dati importanti e utili per la cosiddetta “profilazione”), di globalizzazione del pensiero, di praticità  in tempo reale, che restava davvero?

Pagine, profili, curriculum, immagini, video, videini, torte (intese come tali e non come grafici economici), caccia ai consensi. E poi i motori di ricerca. E le chat, di qua e di là, i messaggi, pop up, push. Mi accorsi di essere parte d’un solo meccanismo immenso e capace di assorbirmi ora dopo ora. E mi faceva pure piacere. Del resto, non ero obbligato ad esserci, lì sopra. O sotto. O quando. Che nello spazio digitale i luoghi e il tempo sono solo concetti astratti.

Faccio autocritica: mi scoprii a leggere, la mattina, per primi i social media. A trarre notizie da loro, a riflettere su dubbi insinuati, su retronotizie, su fake news. A volta quasi a non distinguerle.

Vissi nel tempo della “disinformatia", dove a una notizia vera lanciata da qualcuno se ne agganciava una mezza falsa, o falsa del tutto. E via così, ripetendola centinaia di volte, in un crescendo goebbelsiano. Ne godetti come altri, perché alla tranquillità del mio scorrere un pollice sul vetro d’uno smartphone non opponevo il caos di scelte coraggiose. Chi non l’avrebbe fatto? Chi avrebbe rinunciato alla quiete del “tutto in un momento”? Video, film, partite, ricette. All’apatia indifferente non veniva voglia di oppormi. A dire il vero, se c’era un colpevole di tutto questo, ero io. Collegato. Always on, in metropolitana. Prima d’un film al cinema. Poi in sala d’attesa. In ospedale. Mentre lavoro. Nelle soste in auto. Camminando. Su una panchina. In bagno. Senza fili, uomo wireless avvolto in fili d’acciaio che non riuscivo a tranciare.

Poi, il black out d’una rete. L’assenza d’un collegamento. Una zona senza alcun “campo” in mezzo alle montagne. La crisi d’astinenza. Soli con se stessi senza esternare nulla se non al vento, che se ne frega. Le fake news erano scomparse. Le notizie tacevano. Non potevo commentare. Dire la mia a piè di pagina, in quotidiani o altro. Inserire l’immagine d’una serata, d’un convegno. Nemmeno qualche proverbio. Una massima. Che fare? Per qualche ora, speravo,  mi auguravo non di più, diedi un paio d’occhiate al cielo e alle stelle.

A valle c’era “campo”.  Spensi e riaccesi il telefono. Eccomi qui: dove sei stato? Sono accadute un sacco di cose. Dov’eri? Che facevi? Fu una resistenza breve. Lo smartphone prese a suonare, vibrare di passione, lampeggiare. La chat viveva, le richieste erano in sospeso. La profilazione esigeva il mio tributo gratuito. Ero quasi sereno. Felice, oserei dire.

Lo confesso, ci cascai di nuovo. Pure ora, che rimbalzo di social in social anche con queste considerazioni.

Profilatemi, tracciatemi, condividetemi. Ma lasciatemi tranquillo. Ciao Orwell, ti voglio bene, magari ci ripenso.  “Ma ogni cosa era a posto, ora, tutto era definitivamente sistemato, la lotta era finita. Egli era uscito vincitore su se medesimo. Amava il Grande Fratello”. 

(George Orwell, 1984).
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