www.questomeseidee.it - anno 5 numero 9 - novembre 2017
Addio “Madiba”
- aprile 2014 -
di Roberto Barucco
“Madiba” non è più. La tubercolosi che si trascinava come un giogo pesante, marchio dell’infame detenzione, dei 27 anni trascorsi nella prigione di Robben Island, lo ha vinto. Con lui muore, per sempre, una parte del Sudafrica e della sua storia. E’ il canto della sua gente, del cuore dell’Africa quello che accompagna Nelson Mandela. Le voci di quando il mondo era giovane e gli uomini nati uguali. Che Dio benedica l’Africa, ora che questa grande anima se ne è andata, che guardi al domani di questa terra, martoriata, sfruttata, scavata, violentata, strappata al suo destino, appesa a una speranza. Scorrono davanti agli occhi le immagini: Soweto e il suo appartamento. Johannesburg le enclave, il Kwazulu Natal, Stellenbosch, Durban. Sfilano i distretti minerari, le baraccopoli. Gridano vendetta i soprusi, l’apartheid. Cercano riscatto la lotta per i diritti umani, la disobbedienza civile. Ecco il carcere, la violenza, le manifestazioni, l’Umkhoto we Sizwe, la “lancia della nazione”, l’Anc. Sfilano le formazioni che si battono per l’uguaglianza, il riscatto del popolo sudafricano, le potenzialità immense d’una terra splendida, i dialetti, le etnie, le culture. L’afrikaans risuona secco, scandisce sempre tempi e voci del ricordo. Nelson lo imparerà, per meglio capire i suoi avversari, mentre è in carcere. E lui, eclettico, trascinante, rivoluzionario nelle visioni e nelle strategie, il “principe” che dopo la rottura con la sua etnia Xhosa, finisce a fare il minatore, crescerà ancora politicamente, giorno dopo giorno. Fino a divenire una minaccia per il potere. Scorrono una dopo l’altra, violenza e amore senza fine. C’è quel giorno rivoluzionario in cui si apre il primo studio di avvocati neri della storia sudafricana, l’immagine lontana, quasi sfocata del bisnonno Ngubengcuka, re del popolo Thembu, almeno fino al colonialismo inglese. Una storia di capi, che risale al padre, consigliere del sovrano. Una storia di predestinazioni e aristocrazia. Di ruolo innato come guida, del suo popolo, prima. Di tutto il popolo sudafricano, poi. Il resto è vita narrata dalle cronache, incredibile, intensa, tra arresti e clandestinità, prigione e trattative, tempi che mutano come le nuvole sulla Table Mountain, anno dopo anno. Fino quando Nelson Mandela verrà consegnato alla storia, che lo reclama, il 27 aprile del 1994. Lo ricordiamo come tema focale e tesi del nostro esame professionale. Era l’epoca che mutava per sempre. L’alba d’un mondo nuovo. Il 62 per cento dei votanti lo sceglie. A 76 anni è il primo presidente nero del Sudafrica. E’ il 10 maggio. Un solo mandato, poi non vorrà più candidarsi. La guerra è già vinta, non ha prevalso l’odio, nemmeno nelle sue scelte politiche, non ha ceduto alla voglia di rivalsa, ma di costruire una società nuova, capace di integrare le tante etnie, le tante religioni. Una società nuova. Fermiamoci un solo attimo a riflettere. Pensiamo a quanto ha significato per tutti noi, appartenenti al genere umano, la lezione di Nelson Mandela. Per tutti noi, non solo per il Sudafrica. E ringraziamolo, perché ha vissuto. Addio, allora, al Premio Nobel per la Pace, uno dei più meritati nella storia dell’umanità. “Nkosi sykelel iAfrica”, torna a casa, principe minatore. Dove il cuore degli uomini è grande per l’eternità. Grazie, Madiba.
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