www.questomeseidee.it - anno 5 numero 7 - settembre 2017
CHE COGNOME DIAMO A NOSTRO FIGLIO?
- dicembre 2016 -
di Piergiorgio Belotti
Dopo la nota pubblicata l'8 novembre scorso sul suo sito internet istituzionale da parte della Corte Costituzionale, nella quale si recita ''La Corte ha dichiarato l’illegittimità della norma che prevede l’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, in presenza di una diversa volontà dei genitori'', appare sempre più vicino l'approdo, anche in Italia, della possibilità di di scegliere quale o quali cognomi dare ai neonati.

L'orientamento della consulta nella materia sembra dunque cambiato rispetto a dieci anni fa, o quantomeno più intraprendente, quando, con la sentenza n.61 del 16 febbraio 2006, affermava che "si desume, [...], l’immanenza di una norma che non ha trovato corpo in una disposizione espressa, ma che è tuttavia presente nel sistema, configurandosi come traduzione in regola dello Stato di una usanza consolidata nel tempo, alla stregua della quale il cognome del figlio legittimo non si trasmette di padre in figlio, ma si estende ipso iure dal primo al secondo".

I giudici aggiungevano che se avessero dichiarato l'illegittimità di questa norma implicita, si sarebbe verificato un "vuoto di regole" inaccettabile e che comunque un simile potere manipolativo sarebbe stato "esorbitante" rispetto alle loro competenze: ecco spiegato il motivo dell'importanza della nota dell'8 novembre scorso. Ora ritiene infatti di poter intervenire nella materia, per cambiare la situazione.

La corte, in verità, già nel 2006 era dell'opinione che un cambiamento di tale "norma inespressa" fosse necessario perché riteneva "che il lungo tempo trascorso, ed il maturarsi di una diversa sensibilità nella collettività e di diversi valori di riferimento, nonché gli impegni imposti da convenzioni internazionali, e le sollecitazioni provenienti dalle istituzioni comunitarie" richiedessero "una nuova valutazione della conformità della norma denunciata agli artt. 2, 3 e 29, secondo comma, della Costituzione". Era tuttavia risoluta nell'affermare che dovesse essere il parlamento a provvedere con una legge ad hoc.

Questa necessità si è fatta ancora più pressante nel 2014 con la sentenza CEDU del 7 gennaio n. 77/07, nella quale viene esplicitamente redarguita la legge italiana riguardante l'attribuzione del cognome perché "persone [...] in situazioni simili, [...], rispettivamente padre e madre del bambino", a causa di questa nostra normativa ricevono un trattamento diverso. Cioè a voler dire che nella situazione concreta che si è posta davanti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo "a differenza del padre, la madre non ha potuto ottenere l’attribuzione del suo cognome al neonato, e ciò nonostante il consenso del coniuge".

Ecco che il parlamento prende la palla al balzo e nasce la proposta di legge attualmente approvata alla camera e in corso d'esame in commissione giustizia al senato, cioè il DDL S. 1230. In esso si stabilisce che "Il figlio ha diritto di assumere il cognome di entrambi i genitori". Ma c'è di più, perché secondo questa nuova normativa "Il figlio naturale assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio naturale assume i cognomi di entrambi i genitori. Se la filiazione nei confronti del padre è stata accertata o riconosciuta successivamente al riconoscimento da parte della madre, il figlio naturale può assumere il cognome del padre aggiungendolo a quello della madre. Nel caso di minore età del figlio, il giudice decide circa l’assunzione del cognome del padre".

Una cosa è certa: nascerebbero nuovi problemi, come ad esempio quello del caso di un figlio nato da due genitori con doppio cognome, al quale non si saprebbe quale doppio cognome dare, ma nascerebbero anche nuove soluzioni.

Non ci resta che attendere il corso degli eventi perché si realizzi questa riforma, che porterebbe a un superamento dell'attuale sistema di attribuzione del cognome che secondo la corte costituzionale "è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna", come affermato dalla corte costituzionale nella sentenza del 2006 che abbiamo citato.

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