www.questomeseidee.it - anno 5 numero 8 - ottobre 2017
Cittadinanza italiana fra “ius sanguinis” e “ius soli”
- ottobre 2017 -
di Piergiorgio Belotti
Oggi più che mai la questione relativa alla titolarità della cittadinanza rappresenta un tema molto dibattuto sia nel parlamento sia nelle piazze. Da un lato vi è chi desidera ampliare la platea dei cittadini, mentre dall’altro vi è chi spinge affinché si mantenga lo status quo. Ecco perché è importante ricordare la disciplina in vigore.

La legge di riferimento per questa tematica è la n. 91 del 1992, con successive modifiche. La sua caratteristica principale è quella della pluralità dei modi d’acquisto della cittadinanza, ciascuno con proprie caratteristiche, in verità piuttosto frammentarie, come si noterà. Tutto ciò, beninteso, deve oltretutto rispettare i dettami delle convenzioni internazionali.

In linea di principio è bene chiarire che la modalità “standard” di acquisto della cittadinanza è quella per nascita, così come declinata dall’articolo 1 della predetta legge. In particolare sono due i casi nei quali essa si esplica: prima di tutto per i figli di madre o padre cittadini; poi “chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono”.

Il secondo caso concerne i figli di cittadini italiani riconosciuti o dichiarati giudizialmente oppure cui sia stato riconosciuto da un giudice il diritto al mantenimento o agli alimenti, i quali a seguito di tali circostanze diventano per l’appunto cittadini. Se costoro dovessero essere maggiorenni conserverebbero il proprio stato di cittadinanza, ma potrebbero scegliere, entro un anno, la cittadinanza determinata dalla filiazione stessa. Anche i figli adottivi diventano cittadini a seguito dell’adozione.

Un temperamento alla rigorosa modalità in questione è la possibilità per il figlio di ignoti semplicemente ritrovato nel territorio dello stato di ottenere la cittadinanza, salvo che già sia cittadino di altro stato.

Ora esamineremo la seconda via, quella che concede lo status che stiamo trattando a chi già fosse straniero o apolide (dunque chi sia senza cittadinanza) e che avesse il padre o la madre o uno degli ascendenti in linea retta di secondo grado (cioè i nonni), i quali fossero a loro volta cittadini per nascita. Tale modo per semplicità potremmo chiamarlo “per antenati”. In base all’art. 4, infatti, chi si ritrovi in tali situazioni diventerebbe cittadino qualora rispetti taluni criteri: “se presta effettivo servizio militare per lo Stato italiano e dichiara preventivamente di voler acquistare la cittadinanza italiana”; oppure “se assume pubblico impiego alle dipendenze dello Stato, anche all'estero, e dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana”; o ancora “se, al raggiungimento della maggiore età, risiede legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica e dichiara, entro un anno dal raggiungimento, di voler acquistare la cittadinanza italiana”.

Vi è poi una terza modalità che potremmo di fatto definire come “ius soli molto temperato”, secondo la quale uno straniero nato in Italia, residente legalmente senza interruzioni sino al diciottesimo anno di età, diviene cittadino se esprima la volontà in tal senso, purché lo faccia entro un anno dalla suddetta data”. È proprio su questa via d’accesso che i recenti progetti di legge vogliono agire, allargandone le maglie.

In aggiunta è presente anche una quarta possibilità, cioè quella che permette a un coniuge straniero o apolide di un cittadino di acquistare la cittadinanza italiana quando, dopo il matrimonio, risieda legalmente da almeno due anni nel nostro territorio, oppure dopo tre anni se residente all’estero. I termini citati sono ridotti della metà in presenza di figli nati o adottati dai coniugi. Tale via è particolare perché è concessa mediante decreto del ministero dell’interno a patto che “al momento dell’adozione […] non sia intervenuto lo scioglimento, l’annullamento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio e non sussista la separazione personale dei coniugi”. Oltre a ciò vi sono molti altri casi elencati dalla legge nei quali vi è una preclusione: ad esempio “la sussistenza, nel caso specifico, di comprovati motivi inerenti alla sicurezza della Repubblica”.

La cittadinanza italiana può poi essere concessa con decreto del Presidente della Repubblica, sentito il Consiglio di Stato, su proposta del Ministro dell'interno in alcuni casi, tra i quali ricordiamo il caso dello straniero che ha prestato servizio, anche all'estero, per almeno cinque anni alle dipendenze dello Stato, o anche quello del cittadino di uno Stato membro delle Comunità europee se risiede legalmente da almeno quattro anni nel territorio, o ancora allo straniero che risiede legalmente da almeno dieci anni nel territorio.

Vi sono poi altre modalità minori di acquisto dello status. L’affiliazione da un cittadino italiano precedente alla legge 4 maggio 1983, n. 184, e che risieda legalmente nel territorio della Repubblica da almeno sette anni dopo l'affiliazione stessa, ad esempio. Vi è poi il riconoscimento di chi sia stato cittadino italiano, già residente nei territori facenti parte dello Stato italiano successivamente ceduti alla Repubblica jugoslava, nonché alle persone di lingua e cultura italiane che siano loro figli o discendenti in linea retta.

Due puntualizzazioni possono, in conclusione, risultare molto significative, perché da un lato i “figli minori di chi acquista […] la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano la cittadinanza italiana, ma, divenuti maggiorenni, possono rinunciarvi, se in possesso di altra cittadinanza”. Dall’altro lato “Il cittadino che possiede, acquista o riacquista una cittadinanza straniera conserva quella italiana, ma può ad essa rinunciare qualora risieda o stabilisca la residenza all'estero”.

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