www.questomeseidee.it - anno 5 numero 10 - dicembre 2017 / gennaio 2018
Domini collettivi, istruzioni per l’uso
- dicembre 2017 -
di Piergiorgio Belotti
Lo scorso 26 ottobre è stata approvata alla Camera dei Deputati una nuova normativa che disciplina un fenomeno di notevole presenza in Italia, cioè i domini collettivi. Nel dossier preparato per l’esame in aula viene citato un significativo dato statistico, secondo il quale su circa 17 milioni di ettari di superficie agricola, ben 1,668 milioni, cioè il 9,77%, è di appartenenza di ''Comunanze, Università Agrarie, Regole o Comune che gestisce le Proprietà Collettive”.

Nonostante sia così rilevante, questo istituto giuridico non può essere definito in maniera chiara e lampante, perché ha un contenuto molto variabile in base alle diverse circostanze. Una caratteristica comune, comunque, pare essere rintracciata nel dossier poc’anzi citato: viene cioè intesa come una “una situazione giuridica in cui una determinata estensione di terreno (di proprietà sia pubblica che privata) è oggetto di godimento da parte di una collettività determinata, abitualmente per uso agrosilvopastorale”.

In particolare si usa ricondurli agli usi civici, ossia “un residuo di antiche figure di diritti sui generis […], spettanti ad una collettività organizzata ed insediata su di un territorio e a ogni suo membro che può quindi esercitarlo”. Ciò che concretamente viene fatto in essi è trarre utilità sia per il singolo, sia per la collettività, tramite, ad esempio, la raccolta della legna.

Dopo queste considerazioni preliminari, dunque, può cominciare la lunga elencazione stabilita all’art. 3 comma 1, tra cui si può ricordare il punto a) che racchiude “le terre di originaria proprietà collettiva della generalità degli abitanti del territorio di un comune o di una frazione, imputate o possedute da comuni, frazioni od associazioni agrarie comunque denominate”. O ancora alla lettera f) “i corpi idrici sui quali i residenti del comune o della frazione esercitano usi civici”. Quasi tutti questi fanno parte del cosiddetto “patrimonio civico”, la cui  utilizzazione deve avvenire “in conformità alla sua destinazione e secondo le regole d'uso stabilite dal dominio collettivo”. 

Cinque sono le peculiarità dei i domini collettivi che ne determinano di fatto l’utilità e l’importanza. In primis  non sono alienabili, cioè in parole povere non possono essere venduti. Poi sono indivisibili, non possono essere soggetti a usucapione, devono avere come destinazione perpetua quella “agrosilvopastorale” e, infine, devono rispettare dei vincoli ambientali.

L’ amministrazione di tali beni segue i principi della “capacità di autonormazione” e della “capacità di gestione del patrimonio naturale, economico e culturale, che fa capo alla base territoriale della proprietà collettiva, considerato come comproprietà inter-generazionale”. Due sono gli schemi che possono essere seguiti. Da un lato vi possono essere “enti esponenziali delle collettività titolari”. Qualora tuttavia non vi siano, saranno “i comuni con amministrazione separata” a dover amministrare il tutto. Viene poi preservata la facoltà di cui all’art.1 della legge 17 aprile 1957, n. 278 di “costituire i comitati per l’amministrazione separata dei beni di uso civico frazionali”. 

Proprio a partire da questo spunto è bene ricordare che questa normativa si inserisce in un quadro di altre  consuetudini che regolano situazioni giuridiche simili. A tal proposito nella legge viene detto che “La Repubblica riconosce e tutela i diritti dei cittadini di uso e di gestione dei beni di collettivo godimento preesistenti allo Stato italiano”. A maggior ragione tutela le leggi dello stato precedenti, come ad esempio la L. 3 dicembre 1971, n. 1102, in cui, in particolare all’art. 11, vengono disciplinate le comunioni familiari.

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