www.questomeseidee.it - anno 5 numero 2 - marzo 2017
Giornalisti, vittime di guerra
- febbraio 2016 -
di Roberto Barucco
“Ma i giornalisti muoiono?”. “Sì. Ma vivono per sempre. E non hanno scritto sull’acqua quanto hanno visto e testimoniato”. Dal 1990 sono almeno 2.297 i giornalisti, gli operatori televisivi, quelle persone altrettanto in carne e ossa quanto chi legge, che hanno perso la vita cercando di informare. Una media di cento colleghi all’anno. Per 25 anni. Le nostre nozze d’argento si tingono di rosso sangue. Scrivere di rivoluzioni e guerre, criminalità, “nera”, corruzioni d’ogni genere, violenze, sommosse, ha sempre un prezzo: a volte la famiglia, i ricatti, le minacce più o meno velate. Altre volte la vita. Troppe volte. Eppure, quella raffica di volti evocati dal lungo rapporto della International Federation of Journalists, fresco di pubblicazione, non riesce a togliere il fascino a questo maltrattato e sputtanato mestiere, odiato da chi lo teme, blandito da chi vorrebbe usarlo per i suoi scopi.
“Ma i giornalisti muoiono?”. “Sì. Ma vivono per sempre. E non hanno scritto sull’acqua quanto hanno visto e testimoniato”.

Dal 1990 sono almeno 2.297 i giornalisti, gli operatori televisivi, quelle persone altrettanto in carne e ossa quanto chi legge, che hanno perso la vita cercando di informare. Una media di cento colleghi all’anno.  Per 25 anni.

Le nostre nozze d’argento si tingono di rosso sangue.

Scrivere di rivoluzioni e guerre, criminalità, “nera”, corruzioni d’ogni genere, violenze, sommosse, ha sempre un prezzo: a volte la famiglia, i ricatti, le minacce più o meno velate. Altre volte la vita. Troppe volte. Eppure, quella raffica di volti evocati dal lungo rapporto della International Federation of Journalists, fresco di pubblicazione, non riesce a togliere il fascino a questo maltrattato e sputtanato mestiere, odiato da chi lo teme, blandito da chi vorrebbe usarlo per i suoi scopi. Mestiere che rimane comunque e sempre uno dei più nobili, se interpretato e vissuto nel modo giusto.

Una volta un prete, mentre cercavo di arrivare al nocciolo della questione della mia vita, mi disse che lo scrivere era un dono e andava utilizzato nel migliore dei modi. Ero in pieno dubbio e la frase mi colpì. “Noi siamo servi di Dio”, disse l’anziano prete. “E dobbiamo essere orgogliosi di servire, essere utili a Lui”. E noi, che non volevamo essere “servi”, ma interpreti delle vicende, di quanto avevamo intorno, dell’accadere, di che avremmo dovuto essere orgogliosi?

“Siete servi dei fatti. E avete il dovere di aiutare le persone narrandoli”.

Qualche tempo fa, durante uno strano ripercorrere il passato, ho sfogliato, quasi per caso, dei ritagli di antichi articoli che appartenevano al mio praticantato da redattore: Rividi le notti in redazione, le “straordinarie”, la prima Guerra del Golfo, i fantasmi della Ex Jugoslavia. La passione che ci si metteva.

Pensai agli amici morti per un viaggio di pace. Ai reporter feriti. E quel ritrovarci tra  colleghi in una piccola osteria, roba da porto delle nebbie, tra aringhe, acciughe e racconti e vinaccio. Uniti come non mai.

Penso a quel report sui 2.297 tra “giornalisti e personale addetto ai media”. Ne valeva la pena? Loro probabilmente avrebbero detto di sì: ci credevano fino in fondo. Erano lì per raccontare, per narrare, con tutta l’anima e l’amore, quello dei vent’anni e, per i più scafati e maturi, la forza dell’esperienza.

Così, ho rimesso via l’ultimo ritaglio. Con chi è caduto in tutti quegli anni, quella sera sono caduto pure io. Colpito per 2.297 volte. Anzi, 2.298. Che l’ultima botta arrivò dagli occhi di mio padre Elio. Stesso mestiere, stessi sogni. Età, forse, differenti. Mi guardava da dietro una vecchia Olivetti, nella sede de “La Notte” di Milano. Mi parve di sentirlo: “Serve coraggio. E poi esattezza, esattezza, esattezza. E cuore”. Dunque, grazie ragazzi, amici mai conosciuti, uccisi dalla voglia di raccontare il mondo e “servire i fatti”. La vostra lezione resta, è violenta, amara e dolce.

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