www.questomeseidee.it - anno 5 numero 1 - febbraio 2017
HIBAKUSHA, IL PIANTO SILENZIOSO
- agosto 2015 -
di Roberto Barucco
Gli “Hibakusha”, i sopravvissuti, non possono dimenticare. “Aerei nemici!”. La morte lì arriva puntuale, ogni giorno, di buon mattino, portata dalle ali dei B-29. Questa volta la sirena suona a Hiroshima, ma per poco. Attacco di lieve entità. Meno peggio di altri, dicono i pescatori, guardando verso l’alto. Se i nemici arrivano, sono pochi. Forse vanno a nord, verso le basi. “Animo Hoshiko, oggi sopravviveremo, forse. Continuiamo il lavoro”. Fa caldo, dalle parti del fiume Ota. La guerra continua da anni.
“Non ci arrenderemo mai”. 

Il bagliore è incredibile, avvolge tutti gli abitanti di Hiroshima, quel 6 di agosto del 1945. Settant’anni fa. Poi il boato, enorme. Arriva a decine di chilometri. La morte ha l’alito rovente, migliaia di gradi, incendia tutto, polverizza tutto. 

Sono le 8.15. “Little Boy”, come suona atroce questo nomignolo, ha funzionato bene. “Enola Gay” ha completato la missione e può tornare alla base.

8.15. Il “ragazzino”, la bomba A, l’atomica Mk.1 figlia del Progetto Manhattan, assemblata con cura, caricata a uranio arricchito, è esplosa secondo le previsioni. 

A 576 metri di altezza. Alla quota calcolata con attenzione per scatenare i maggiori effetti distruttivi. Sprigiona tutta la sua potenza, pari a 12.500 tonnellate di Tnt. 

I chilotoni entrano con rabbia nel lessico del terrore della storia umana. Tra i 12 e i 16 chilotoni, questa la potenza del prototipo non ancora testato, bastano per annientare subito 100mila persone e colpirne, per effetto delle radiazioni, altre decine di migliaia. In totale, a Hiroshima saranno almeno 200mila i morti censiti alla fine del 1945. Negli anni a venire l'elenco terribile si allungherà ancora. 

La città di Hiroshima è rasa al suolo in pochi secondi. I suoi abitanti sono spazzati via dalla nuova arma di sterminio di massa. Ridotti a ombre su pietre e muri vetrificati. L’America (e Nagasaki sarà pochi giorni dopo l’analoga, tremenda conferma), vince la guerra nel Pacifico e conclude così la seconda Guerra Mondiale. 

Una bomba all’uranio, su Hiroshima. Poi una bomba al plutonio, “Fat Man” su Nagasaki.  Il suo fungo ributtante arriva a 18 chilometri di altezza. Altre decine di migliaia di morti, feriti, dispersi e ancora vittime nei mesi a seguire per le radiazioni.

Scrivono i cronisti di allora, arrivati sul posto a testimoniare l’orrore, che fra le macerie delle due città, se si prendeva un ferito per mano, per soccorrerlo, la pelle si staccava a brandelli, come un guanto. Ai sopravvissuti venne nausea, febbre altissima, diarrea, i capelli caddero. Moltissimi morirono in modo atroce. Le donne incinte persero i loro bambini. Gli uomini divennero sterili. 

Nel nostro civilissimo nuovo secolo rimangono i monumenti a testimoniare, a Hiroshima e Nagasaki. Le cerimonie. Le lanterne di carta colorate, a migliaia, adagiate sulle acque del fiume Motoyasu. Vanno via leggere, come le lacrime di chi, ora ottuagenario, non potrà mai cancellare dagli occhi la luce accecante del male. 

Gli hibakusha non possono scordare. 

La “fiducia reciproca nel dialogo”, così invocata dal sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui, non può essere solo una speranza.

I volti di chi è polvere da settant’anni sfilano nel ricordo eterno, negli occhi degli hibakusha. 

Insieme a loro, non possiamo scordare. 

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