www.questomeseidee.it - anno 5 numero 10 - dicembre 2017 / gennaio 2018
Il pranzo fuori
- giugno 2017 -
di Enza Corrente Sutera
Maria Rosaria se li sentiva tutti gli anni sulle spalle. Quanti erano? 73? 74? Oddio, ogni volta doveva rifare il conto. E quanti erano, di più o di meno della signora seduta due tavolini più in là, con davanti cappuccino e brioches alle ore tredici suonate, e sola come lei?

Rito quotidiano quello di mangiare ogni giorno in questo elegante bar sul lungomare, aperto da qualche anno e d’inverno chiuso il martedì. Già, il martedì, quando si doveva accontentare della focaccia e cipolle da portare a casa e mangiare a pranzo, da sola. Come era sola la sera. Tutte le sere. E al mattino…e sempre.

E questa storia del pranzare fuori, grande autoinganno per la propria solitudine, la costringeva a prendersi cura dei suoi capelli, dei vestiti, delle scarpe da abbinare con la borsa. Del velo di ombretto, del rossetto sempre perfetto. Perché altrimenti avrebbe dovuto farlo? Per chi?  Tratteneva le lacrime, Maria Rosaria, quando i pensieri ritornavano lì, aggrovigliandosi e accartocciandosi con amarezza.

Una spina che la tormentava e le faceva salire un magone da stringerle la gola. Per questo si era costruito l’impegno del pranzare fuori, pur se in un tavolino apparecchiato per uno, in un bar alla moda con grande giro di turisti e frequentato da pochi abitanti del posto. Perché a Rapallo la conoscevano tutti: di buona e rinomata famiglia, grande professionista, architetto brillante in anni in cui anche per un uomo sfondare in quel campo era una impresa; e lei ce l’aveva fatta, aveva messo la sua firma sulle opere pubbliche e private più prestigiose che davano il meglio di sé, sfidando la concorrenza di moderne costruzioni in cui a fare da padrone era solo il cemento.

Lavoro prestigioso, quello di Maria Rosaria, che la portava a viaggiare e a incontri con gente, personalità pubbliche, istituzioni, ma anche semplici muratori o imbianchini. E lei si arricchiva di queste relazioni, anche se però la sua vera passione era il recitare, con quel suo timbro di voce profondo e appassionato.

Amore per il lavoro e amore per il teatro, che però hanno succhiato  come sanguisuge tutte le sue energie, il suo tempo, la sua vita.  Certo era piena di amici la sua vita, tanti amici adoratori della sua bravura e della sua bellezza, come fosse uno spettacolo da godere, e poi…via da lei, rintanati ognuno nei propri gusci amorosi e familiari.

Così passano gli anni, i decenni, e troppo tardi Maria Rosaria si scuote, scontrandosi con la sua triste solitudine: casa bella, ricca di preziosità, ma vuota di calore. E giornate interminabili in attesa di nulla. Col grigio costante e penetrante delle ore vuote, nonostante fuori lo splendore abbagliante del sole o l’azzurro sconfinato del cielo e del mare.

E così una routine tenace ma salvifica la tiene attiva e ogni giorno, a parte i tristi martedì in cui non prova nemmeno a spostare il suo palcoscenico, come una diva, mette in scena il suo pranzare fuori: truccata, elegante, ancora bella e signorile, ma inesorabilmente sola.

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