www.questomeseidee.it - anno 5 numero 2 - marzo 2017
Immuni alla sindrome di Stendhal?
- giugno 2014 -
di Roberto Barucco
Davanti alla lapide che ospita i resti mortali, almeno presunti, di Leonardo da Vinci, fermati e riposa. Rifletti, nel maggio dell’anniversario della sua scomparsa, quasi cinquecento anni fa, mentre approfitti della sosta all’ombra d’una nicchia nella chiesa a due passi da Clos Lucé, valle della Loira. Il silenzio e le mura che sai vicine, del castello di Amboise, ti portano fin quaggiù. Dove dorme per l’eternità nella cappella di Saint-Hubert il genio italiano. “Tutta la nostra conoscenza deriva dalla nostra sensibilità”, ripeteva durante l’ultimo triennio della sua vita, tra progetti, dipinti, sogni.

Lo salutiamo come un vecchio amico, rendendogli omaggio, immaginandolo alle prese con l’ultima idea, un carteggio, impegnato ad obbedire alle bonarie esortazioni di Mathurine, sua cuoca. E a rammentarle che lui era vegetariano e quella pausa a tavola non poteva essere scandita da orari, che non si deve “mangiar sanza voglia”. Il Maestro è nel cuore, per sempre. E il suo riposo ora appartiene alla dolce Francia, e alle migliaia di visitatori che in ogni stagione dell’anno, ogni giorno, sfilano accanto alla sua ultima dimora. Leonardo da Vinci. E la Francia, l’immenso patrimonio di bellezza della Francia dove, se la crisi morde, ed è questo il nocciolo della questione, con o senza Expo, e i prezzi scendono, il turismo e la cultura divengono più che mai la risposta possibile. Ci dicono i cugini d’oltralpe che quest’anno la crescita del settore è tangibile. Lo tocchiamo con mano nelle lunghe attese a Fontainebleau, nei castelli disseminati dai vezzi dei sovrani lungo la Loira, nell’assalto a souvenir e musei durante un fine settimana che è solo anticipo d’estate. Ovunque, persone. D’ogni nazionalità e provenienza. C’è chi ha fatto ore di pullman, chi è arrivato in volo dalla Russia, dalla Cina, chi in camper dalla Germania, dalla Polonia. Persino squadre di cicloturisti, squadre, come al “Giro”, ma dal Giappone, in una “mission” tra il gesto epico e la performance sportiva. Stendono lo striscione sotto la reggia, e tempestano di scatti e flash i giardini dove passeggiava pensieroso l’Imperatore. Direte, “capirai, la Francia è bellissima. E poi quest’anno ci sono le celebrazioni del settantesimo del D-Day, lo sbarco in Normandia. C’è pure Obama”. Insomma, potreste dire che oltralpe “si vince facile”. Eppure, nei bistrot dove un verre de vin rouge offre lo spunto a una discussione animata, tra alzate di spalle in perfetto stile gallico e reciproche incomprensioni e risate, tanti di quei turisti e di quei francesi che attendono i turisti e hanno voglia di divenire turisti, parlano dell’Italia come d’un paradiso d’arte e cultura, storia e tradizioni, buona tavola e buoni vini, e pure del sorpasso dei nostri formaggi sui loro e del sole e del cielo e del mare. Mancano solo i mandolini, ma con un poco di pazienza potrebbero arrivare, mentre da altre tavolate voci italiane si lamentano di tasse, governi che vanno e vengono, politici. Formule stereotipate che rimandano al punto di partenza: perché, allora, intanto, almeno, non seguire l’esempio francese, che incontriamo ad ogni benedetto, dal colore del cielo, dai ritmi lenti, dal profumo di croissant caldi, paesino della Loira o di Borgogna? Non è una gara a chi ha di più in monumenti e quadri e arazzi e mobili e palazzi e castelli, ma a chi valorizza di più, o meglio, se preferite, che è lo stesso. Perché non ci convinciamo, tutti, che, se la crisi del manifatturiero è un dato di fatto, la conseguente débacle (un vezzo francese ci sta, a questo punto) del terziario ne sarà conseguenza drammatica e pure dell’impiego e del lavoro? E allora, visto che la sindrome di Stendhal colpisce tanti, ma noi un po’ meno, perché non crederci fino in fondo, puntando al massimo su quel patrimonio, nostro fino alla punta dei capelli (almeno fino a quando non lo svenderemo con i beni di famiglia), che è summa d’arte, storia e cultura? Significherebbe posti di lavoro, specializzazioni, ricerca, valorizzazione e chi più ne ha più ne metta in quel sacco che si portano a spalla organizzazioni, politici e associazioni, quando devono pescare un mazzo di luoghi comuni da sciorinare in convegni sempre più vuoti di presenze e idee.

Ripartiamo in modo pratico e pragmatico da quanto abbiamo di più inestimabile e bello: il bello. E, se volete un ulteriore esempio, piccolo piccolo, guardiamo a un dato semplice, c’è un castello che conta circa ottocentomila visitatori all’anno in Francia. A più di dieci euro a biglietto (ah, è affidato in gestione a privati). E moltiplichiamo il totale per le potenzialità espositive e storiche italiane. Poi attacchiamoci il turismo culturale, il suo indotto, l’enogastronomia e una bella dose di mare e sole. C’è di che riflettere. E di che agire, per tempo, ci perdoni Leonardo da Vinci se lo citiamo ancora, poiché se è vero che “nessun essere va inverso ‘l nulla”, allora è già tardi.

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