www.questomeseidee.it - anno 5 numero 8 - ottobre 2017
Irlanda del Nord: “Bloody Sunday”, morire per la libertà
- ottobre 2017 -
di Roberto Barucco
Irlanda del Nord. Derry. Un popolo vuole la libertà. Torniamo agli anni Settanta. Anzi, nel 1972. E’ il 30 gennaio quando la manifestazione pacifica di attivisti irlandesi si trasforma in una domenica di sangue: tredici persone uccise, quattordici ferite. L’esercito britannico apre il fuoco e trasforma una marcia di protesta in quel “Bloody Sunday” che passerà alla storia.

Irlanda del Nord.  Derry. Un popolo vuole la libertà. Torniamo agli anni Settanta. Anzi, nel 1972. E’ il 30 gennaio quando la manifestazione pacifica di attivisti irlandesi si trasforma in una domenica di sangue: tredici persone uccise, quattordici ferite. L’esercito britannico apre il fuoco e trasforma una domenica e una marcia di protesta in quel  “Bloody Sunday” che passerà alla storia. Il film di Paul Greengrass, che Nara con il ritmo di un reportage giornalistico, girato nel 2002, ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino e inquadra i vari aspetti della tragedia del 30 gennaio 1972. Una data che,  di fatto, come data d’inizio della guerra civile, il passaggio alle azioni più estese dell’Ira, l’esercito cattolico indipendentista.

I personaggi del film sono ben caratterizzati, dai tratti controversi, sofferti, ricordiamo Cooper che si batte per i diritti civili, il generale che muoverà i soldati britannici, le crisi di coscienza, le incertezze, la rabbia. Il ritmo è incalzante. I colori crudi, le periferie urbane impietose. E’ l’immagine di una storia d’Irlanda dura, che ti colpisce al cuore e lascia il segno. Barricate, sangue. Ancora sequenze in movimento. L’occhio della telecamera che si sposta seguendo le persone, l’impatto dei proiettili, i corpi. Una denuncia, senza dubbio, che riporta sul grande schermo la storia recente. O, se preferite, le tante storie delle minoranze, di ieri e di oggi, che lottano per i propri diritti civili. Da aggiungere alla propria cineteca, non come cult movie, ma come testimonianza. Con le note splendide degli U2 che dicono la parola “fine”, forse, su una giornata senza fine. Ieri. Oggi.

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