www.questomeseidee.it - anno 5 numero 3 - aprile 2017
“IVANOV” DEBUTTA A TORINO
- dicembre 2016 -
Lo spettacolo è stato insignito del ''Premio Le Maschere del Teatro 2016'' per la miglior regia

TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE

STAGIONE 2016/2017

TEATRO CARIGNANO

6 – 11 dicembre 2016

IVANOV

di Anton Čechov - Nuova traduzione Danilo Macrì

regia Filippo Dini

Fondazione Teatro Due, Teatro Stabile di Genova

Martedì 6 dicembre 2016, alle 19.30, al Teatro Carignano, andrà in scena, IVANOV di Anton Čechov, nella nuova traduzione di Danilo Macrì, con la regia di Filippo Dini, le musiche di Arturo Annecchino, le scene e i costumi di Laura Benzi e le luci di Pasquale Mari. Lo spettacolo è interpretato da Filippo Dini, Sara Bertelà, Nicola Pannelli, Antonio Zavatteri, Orietta Notari, Valeria Angelozzi, Ivan Zerbinati, Ilaria Falini, Fulvio Pepe.

Ivanov sarà replicato al Carignano, per la Stagione in abbonamento del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, fino a domenica 11 dicembre.

Lo spettacolo è stato insignito del Premio Le Maschere del Teatro 2016 per la miglior regia. Orietta Notari ha ricevuto il Premio della critica ANCT 2016.

Filippo Dini immerge Ivanov in una dimensione che fonde naturalismo, comicità, espressionismo per l’affresco di un piccolo mondo tragico, a un passo dall’autunno rivoluzionario che spazzerà via ogni certezza.

Scritta nel 1887, Ivanov è la prima delle grandi opere teatrali di Anton Čechov, che all’età di 27 anni debutta nella prosa con un gesto di protesta verso la moda degli autori contemporanei, che prediligono come protagonisti mostri, buffoni, creature angeliche.

CHI È IVANOV

Ivanov è un uomo senza qualità, un uomo superfluo, come si autodefinisce, incapace di dare un senso alle proprie giornate, ma tenacemente alla ricerca di una motivazione che non lo faccia soccombere al proprio destino, anticipatore dei grandi personaggi di Musil, Svevo, Pirandello, Joyce. Alle sue spalle, dietro il suo spleen e la sua indifferenza, si intravedono i resti del fascino e della generosità della nobiltà di un tempo. Intorno a lui una carrellata di personaggi corrotti e imbroglioni, votati all’egoismo e alla mancanza di empatia, un’umanità disillusa, priva di ideali e senza speranze nel futuro: un microcosmo in cui gli uomini sono condannati all’esistenza, in cui ognuno tenta disperatamente di sopravvivere alla noia e guarda al passato con benevolenza, un’umanità di figure grottesche che si lacerano a vicenda.

«Di Ivanov si è detto e scritto moltissimo - racconta il regista Filippo Dini - e si è insistito sull’incapacità del protagonista di gestire i rapporti sociali e sentimentali, sul suo male di vivere e la sua insoddisfazione patologica, in breve si è molto discusso della sua depressione. Tutto ciò credo ci abbia un po’ allontanato dalla comprensione della sua vera natura.

Ivanov trascina tutti nel tunnel nero dell’inattività, della paralisi mentale e spirituale, tutti lottano contro di lui o tentano di guarirlo, fino all’estremo sacrificio. Ivanov è il virus letale della sua società, è il simbolo della malattia che si genera all’interno di quel ristretto gruppo di esseri umani che agiscono nella commedia. Ivanov è al tempo stesso anche la cura del suo mondo, in quanto mette tutti di fronte a se stessi, ai propri limiti, alla propria povertà, dando ad ognuno l’occasione per la salvezza personale. Ogni personaggio si pone in relazione a lui secondo le proprie capacità o la propria propensione; nessuno rimane estraneo a questo confronto.

Ivanov rappresenta la fine di ogni amore, non disillusione o delusione, ma la fine di ogni amore, per le leggi umane e divine, per gli uomini, per gli ideali, e quindi è la fine di ogni speranza. Čechov ci esorta a confrontarci con lui costantemente. Instaurare un dialogo con il nostro Ivanov, quello dentro di noi, mettersi in relazione con lui, capire bene chi è, osservarlo, comprendere qual è la nostra attitudine nei suoi riguardi, rappresenta la provocazione che Čechov ci propone.

UN CAST DI SOLO 9 ATTORI

La grande sfida del nostro allestimento è aver scelto un cast di solo 9 attori, fra i quali vorrei si generasse un gioco interno attraverso i doppi ruoli, per creare una sorta di secondo mondo parallelo, di doppio deforme, creando dei caratteri altri, un insieme di figure mostruose e grottesche che circonda Ivanov e gli altri personaggi.

L’immortalità di questo testo e la sua bruciante contemporaneità sta proprio nella descrizione di una ”umanità alla fine”, una società sull’orlo del baratro, che avverte l’arrivo di un’apocalisse, che di lì a poco spazzerà via tutto il mondo per come lo abbiamo conosciuto fino a quel momento, di lì a 30 anni, infatti, ci sarà la Rivoluzione, e anch’essa sarà causa o effetto (a seconda dei casi) di tante rivoluzioni in Europa. Attraverso la figura dell’uomo inutile, che non riesce a spingere il proprio cuore oltre la paralisi del proprio mondo, e la propria volontà oltre l’immobilismo, Ivanov racconta la crisi e il declino di un’intera società e di un’intera epoca. La fine di Ivanov, auto inflitta ovviamente, che arriva al termine della commedia, è la fine del nostro Ivanov, quello dentro di noi, che abbiamo visto scalpitare e soffrire e cercare di risollevarsi infinite volte, l’abbiamo visto credere in nuovo innamoramento e in una nuova speranza, la speranza di ritrovare l’energia per ricominciare a lavorare e insieme per combattere gli inetti, i volgari, i malfattori. Abbiamo avuto pietà della sua debolezza, del suo dimenarsi ridicolo e appassionato. Fino alle estreme conseguenze. Dobbiamo attendere con pazienza il suicidio del nostro Ivanov, non lo possiamo uccidere perché è imbattibile, dobbiamo aspettare che nella totale consapevolezza, ormai raggiunta alla fine della commedia, debba desiderare la propria morte, solo così potremo godere della rinascita, solo così potremo tornare alla vita, alla speranza e all’amore».

(Fonte: comunicato stampa)

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