www.questomeseidee.it - anno 5 numero 4 - maggio 2017
JURY SUONA, EMERALD LULLABIES RACCONTA
- marzo 2017 -
di Simona Quatrosi
Una breve attesa e poi sul palco Jury. Il cantante musicista bresciano presenta la sua ultima creazione, “Emerald Lullabies”. “E’ una presentazione insolita”, annuncia, e non suonerà dal vivo. E’ un concept album e invita i presenti ad un’attenzione all’ascolto, scevro da una classica performance live. Vogliamo saperne di più, ci concede un'intervista.

8 febbraio 2017. Teatro Sant’Afra in Brescia. Una breve attesa e poi sul palco Jury. Il cantante musicista bresciano presenta la sua ultima creazione, “Emerald Lullabies”. “E’ una presentazione insolita”,  annuncia, e non suonerà dal vivo. E’ un concept album e invita i presenti ad un’attenzione all’ascolto, scevro da una classica performance live.

Quattordici tracce da ascoltare tutte d’un fiato, dall’inizio alla fine, in un’esperienza che si realizza nella condizione di un ascolto contemplativo dell’evento sonoro. Dal silenzio emerge la musica, la prima traccia è una ninna nanna. Emerald è preludio della narrazione. In platea il pubblico è subito circondato da atmosfere sognanti agreste, bucoliche. Ogni ascoltatore è libero di lasciarsi trascinare da sentimenti e immagini sonore che più gli si addicono. Si possono chiudere gli occhi o lasciarli aperti, il risultato di un lavoro fatto bene è evidente. A tratti echeggia un “fanciullesco” Glockenspiel, uno degli elementi costanti di tutta la narrazione. Il disco ha una storia e due protagonisti: un nonno che racconta al nipote, scene di vita, sensazioni, umori di un passato vissuto intensamente, quindi nostalgico. Un album dalle sonorità calde, delicate e intime. Ogni traccia nasce dalla precedente e scivola nell’altra, nessuna domina. Poi la ninna nanna si ripresenta, come interludio stavolta ha carattere onirico e tornerà a conclusione del racconto sfumando nel silenzio.

E’ un’esperienza sonora insolita ma accattivante quella presentata dal cantautore bresciano. Pone l’attenzione sull’opera d’arte compiuta che si palesa come racconto sonoro, si consuma di fronte al pubblico, trascinandolo al di là dei sogni. Probabilmente troppe spiegazioni non servono. In un mondo dove tutto corre veloce e ogni informazione ci appare così fugace, l’ascolto di un racconto in forma musicale da fruire in un unico respiro ci induce a riflettere che a volte vale la pena fermarsi e godere per un po’ e lasciarsi trascinare dal flusso sonoro.

E’ sicuramente un album ambizioso, frutto d’importanti esperienze artistiche decennali dell’autore. Jury, infatti, nel 2009 si è classificato terzo alla trasmissione X Factor. Ha svolto un’intensa attività live in tutta Italia, ha aperto concerti di artisti internazionali del calibro di Alicia Keys e Jamiroquai e Joss Stone. Poi la grande esperienza a New York nel trio “The Matt project” che lo ha portato ad una crescita performativa eclettica.

Incontriamo Jury, vogliamo saperne di più, ci concede una chiacchierata.

Parliamo del concept album. Che cos’è? E cosa racconta?

“Dire che è un concept album è un po’ rischioso e anche presuntuoso nei confronti della stampa e dell’opinione pubblica in generale. Noi ci siamo permessi, di assumere questa definizione perché è una raccolta di canzoni tutte legate fra loro da un concetto, una narrazione. Il collegamento è la storia. Ci sono due protagonisti, due personaggi che vivono e sentono sentimenti durante tutto il corso del racconto. Un anziano, un saggio racconta ciò che era un tempo con sguardo nostalgico senza criticare il futuro. Dura poco è un piccolo album. E’ come un romanzo breve. Conta quello che c’è dentro. Tale durata è stata voluta per favorire una fruizione più diretta, affinchè possa essere una piccola opera da ascoltare per intero e perché no, più volte di seguito. Le canzoni, sono legate tra loro da un motivo conduttore. Le tracce nascono da qualcosa che le precede e finiscono anticipandone un’altra”.

Da dove nasce l’idea di scrivere un Concept album?

“C’è stata una canzone che ha dato il via a questa esigenza. All’incirca verso la fine del 2014, ho notato che mi venivano in mente canzoni piuttosto comuni tra loro. Indipendenti ma affini. In particolare al ritorno tra un viaggio e l’altro per New York, nasceva in me l’esigenza di staccarmi dalla vivacità e dal caos della metropoli per ritrovare e apprezzare la sua antitesi, ovvero il paesaggio naturalistico. Per cui quando tornavo a casa, mi lasciavo trasportare dai miei luoghi, da un’ambientazione rustica di campagna e mi concentravo sull’atmosfera, sui silenzi e le sensazioni che mi regalavano. Questa necessità appunto si è palesata in canzoni con un denominatore comune: “Emerald Lullabies”. 

Ascoltando l’intero album ci si accorge subito che l’intenzione non è quella di centrare l’orecchiabilità. E’ un ascolto che fa riflettere, ci sono suoni molto moderni, eppure l’idea di un Concept album è anche figlio degli anni ’70.

“Io e mio fratello Kevin che è il co-produttore, abbiamo intenzionalmente evitato l’utilizzo di suoni che si sentono facilmente in radio. La musica filodiffusa spesso ci propone un sound più o meno omologato. Il nostro intento era quello di sviluppare una modalità istintivamente diversa, discostarci da quelle formule per trovare qualcosa più incline alla nostra personalità. Anche la scelta della durata breve dei pezzi, è stata intenzionale. Insieme abbiamo suonato, arrangiato e registrato le canzoni proprio con la stessa modalità in cui sono nate all’atto creativo. Non le abbiamo allungate per dettami di convenzione. Come se questo nonno si mettesse al piano e suonasse lì estemporaneamente". 

Com’è stato produrre questo disco con tuo fratello considerando che siete anche polistrumentisti?

“E’ un disco intimo, ci sono solo due personaggi, una casa, per cui mentre registravamo principalmente noi eravamo due fratelli, due membri di una famiglia proprio come i due protagonisti del racconto. Io, ho cercato di portare un po’ la maturità artistica e musicale, le mie esperienze oltreoceano ma nello stesso tempo mi sono fatto contagiare dai colori e le sonorità di mio fratello, sei anni più giovane. E’ stato un disco famigliare, è avvenuto tutto in maniera spontanea. Non poteva partecipare qualcun altro a raccontare la famiglia.  Devo dire che a volte i ruoli si sono anche invertiti. Lui è quello estremo e meticoloso e io ho quella parte più fanciullesca che si lascia ancora stupire. Abbiamo due ruoli diversi ma complementari”.

Hai parlato al pubblico dell’idea centrale del disco. Questo nonno che racconta scene di vita a suo nipote. Quali sono i sentimenti e gli scenari che muovono questo album?

“Sentimenti estremamente nostalgici. L’idea della campagna ha già di per sé un sapore nostalgico. E’ un luogo dove tutto scorre più lentamente, e ci si sofferma sulle cose importanti della vita. C’è il silenzio, c’è respiro, si sente l’eco naturale di una casa grande di campagna. La campagna è l’antitesi al mare perché più introspettiva. Nel video del singolo ‘It’s so fine’ ci sono distese rurali ma c’è il mare con una connotazione diversa. Non quella dell’estate, della grande euforia. Ma è un mare freddo, quello che si contempla con l’orizzonte. Tutto vissuto al crepuscolo che va in simbiosi con quella melanconia agreste. Addentriamoci nell’entroterra, nel freddo ma con il sole. Il disco è insito di atmosfere e sentimenti un po’ contrastanti. L’anziano e il giovane, passato e futuro, il sole e il freddo e ci sono canzoni felici tipo “Black and white”  a quelle più cupe e tenebrose tipo ‘Goodbye’ e ‘To be alone’ che sono i due incubi che fanno i protagonisti”.

Come sono nate in studio le sonorità insolite di Emerald lullabies?

“Questo è un album ‘suonato’. Ovvero, registrato ‘alla vecchia maniera’. Non è un lavoro sviluppato al computer. Mi sono chiuso in sala registrazione davanti ai microfoni.  Mio fratello Kevin è stato in regia e a volte veniva di là solo per suonare insieme a me i vari strumenti. Ultimamente, con le nuove tecnologie, molti musicisti creano dietro un computer, cercando di spostare, editare e sistemare. Per esempio quando  ho scritto ‘Writing songs about you’, canzone che ha dato il La a tutto, non ero davanti al computer, avevo in mano una chitarra e un microfono. E’ questo il mio modo di lavorare, che condivido insieme a mio fratello, fa parte di noi. Lui stesso mi ha proibito di mettermi davanti al pc. Ci siamo concentrati sulla scrittura, la registrazione e la produzione toccando il meno possibile il computer”.

Anche la scelta degli strumenti hanno contribuito a dare un sound originale all’album. Come vengono trattati? E in che modo avete scelto alcuni strumenti piuttosto che altri. 

“Abbiamo usato anche strumenti giocattolo. Ci siamo divertiti a suonarli. Volevamo far emergere la parte fanciullesca insita nel racconto e in fondo, anche dentro di noi. Siamo partiti registrando le canzoni che avevo scritto e aggiungendogli strumenti solo in funzione dell’opera nella sua totalità di Emerald Lullabies. Se in alcuni brani non abbiamo usato la batteria ‘standard’ è perché magari in quella circostanza ci stava semplicemente un tamburo. Non c’è uno strumento che prevale su un altro. Abbiamo scelto solo timbri che servivano e aiutavano la narrazione. In ‘To be alone’, per esempio, si parla delle paure del bambino, noi stessi abbiamo ricreato delle voci di fantasmi, utilizzando solo sonorità necessarie. E’ un album suonato da poche persone. A volte io canto e suono la chitarra in diretta e questo modo di registrare è molto istintivo riesce di più a trasmettere la poesia, quello che io come artista ho in testa e nel cuore”.

Come sei arrivato a questo titolo Emerald Lullabies che è anche la ninna nanna del disco? 

“Credo che sia venuto in un volo nell’estate in cui stavo concludendo i testi. Volevo fare una ninna nanna d’ispirazione rurale, ambienti a me familiari. Una ninna nanna del crepuscolo. Dove la natura intorno assume un tono smeraldo. Ho chiuso gli occhi ed Emerald era lì, si palesava lì. Emerald Nation è l’Irlanda perché c’è anche un po’ di Europa nelle immagini. Il testo di Emerald Lullabies mi è venuto d’istinto mentre guardavo un uomo che dormiva in aereo. Ho immaginato una ninna nanna e l’ho scritta di getto. E’ una scelta che nasce dall’esigenza di parlare anche ai bambini, ai giovani. Proprio perché sono convinto che si debba partire sempre dai giovani per cambiare il destino della musica. E’ giusto che i ragazzi ascoltino anche della musica ‘pop demenziale’, ma sono convinto che debbano avere anche la possibilità di ascoltare qualcosa di interessante, di insolito, non necessariamente serioso, ma utile per avere sempre scelta e capacità di pensiero”.

Se dovessi dare una definizione, a quale genere musicale apparterrebbe questo disco?

“Non ha una definizione ben precisa. Oscilla tra Country, Baroque, Pop, Folk. Possiamo definirla anche una piccola opera che ha dentro del Rock. Baroque, perchè ispirato anche ad alcuni compositori del Barocco come Bach. In alcuni casi ci si spinge in un eclettismo che ti porta ai punti più alti dell’album. La definizione di Pop, intesa come Popular Music, perché è un’opera fruibile a tutti, è una piccola opera, che si può ascoltare tutta d’un fiato. L’intento è arrivare a più persone e conoscere il feedback di più ascoltatori possibili”. 

Promuovi questo album in maniera del tutto autonoma. Come ci si trova ad autopromuoversi un disco di questa importanza?

“E’ una mia creazione, nata da ciò che volevo, è emozionante. Autopromuoversi significa avere il controllo totale del disco. Ma è un’arma a doppio taglio perchè è più rischioso soprattutto se si tratta di un Concept album. E’ un progetto ambizioso e la promozione e la diffusione dovrà essere opera mia. L’appoggio ad una etichetta non è avvenuto proprio perché c’era l’esigenza di farlo uscire il più veloce possibile.”

Il singolo apripista all’album è “It’s so fine”, lo hai proposto al pubblico dopo che l’ascolto del disco. Stavolta le immagini accompagnavano la canzone. E’ stato girato in un luogo particolare?

“Non c’è solo un luogo nello specifico. In realtà molti sono italiani. In alcune occasioni ci sono scenari fuori dall’Italia. E’ un video nato da un viaggio di cinque persone, quindi, in sintonia con l’intero progetto, ha anch’esso carattere intimista. Per il modo in cui è stato concepito, potrebbe diventare l’intro di un progetto più ampio: un possibile cortometraggio. Se ci fosse occasione, potrebbe anche diventarlo”.

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