www.questomeseidee.it - anno 5 numero 9 - novembre 2017
La “Cedu” più tutele per i diritti
- novembre 2017 -
di Piergiorgio Belotti
Il trattato istitutivo della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, meglio conosciuta come CEDU, venne siglato il 4 Novembre del 1950 a Roma dai membri del Consiglio d’Europa, con lo scopo di tutelare e affermare le “libertà fondamentali che costituiscono le basi stesse della giustizia e della pace nel mondo e il cui mantenimento si fonda essenzialmente, da una parte, su un regime politico veramente democratico e, dall'altra, su una concezione comune e un comune rispetto dei Diritti dell'Uomo a cui essi si appellano”.

Il trattato istitutivo della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, meglio conosciuta come CEDU, venne siglato il 4 Novembre del 1950 a Roma dai membri del Consiglio d’Europa, con lo scopo di tutelare e affermare le “libertà fondamentali che costituiscono le basi stesse della giustizia e della pace nel mondo e il cui mantenimento si fonda essenzialmente, da una parte, su un regime politico veramente democratico e, dall'altra, su una concezione comune e un comune rispetto dei Diritti dell'Uomo a cui essi si appellano”, così come sancito nei “Considerando” del trattato stesso.

Il documento si apre con un elenco di diritti e libertà dell’essere umano che devono essere tutelati da tutte le “Alte parti contraenti”, cioè gli stati firmatari. Alcuni esempi sono il diritto alla vita, quello alla libertà e alla sicurezza, quello ad un processo equo e quello al matrimonio. L’art. 14 pone poi una condizione fondamentale da rispettare, ossia che il “godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione”. Sempre che non implichi “il diritto per uno Stato, un gruppo o un individuo di esercitare un'attività o compiere un atto che miri alla distruzione dei diritti o delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione o porre a questi diritti e a queste libertà limitazioni più ampie di quelle previste in detta Convenzione”.

Due sono le notazioni che devono essere fatte perché cariche di significato. In primo luogo alcuni di questi diritti contengono al loro interno delle eccezioni e delle limitazioni, tra le quali, ad esempio, si possono ricordare quelle al diritto al rispetto della vita privata e familiare secondo la quale “non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell'esercizio di tale diritto a meno che  [...] sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del paese, per la difesa dell'ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute o della morale, o per la protezione dei diritti e delle libertà altrui”. Un altro tipo di restrizione viene contemplato all’art. 15, qualora vi sia uno stato di guerra. È bene tuttavia precisare che tali limitazioni poste “possono essere applicate solo allo scopo per cui sono state previste”.

La seconda notazione concerne invece la tutela della “effettività” del trattato stesso, cioè della capacità di incidere realmente nella vita di tutti i giorni, pena l’inutilità dello sforzo di redigere tale catalogo di diritti. L’art. 13 stabilisce che “ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un'istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell'esercizio delle loro funzioni ufficiali”. Detto in altri termini si sancisce che chiunque può chiedere a un giudice nazionale il rispetto del trattato.

Se il giudice nazionale non lo rispetti, come si può ottenere tutela? Ecco che entra in gioco la Corte EDU, la quale ha precisamente questo compito. Infatti viene stabilito all’art. 32 che “la competenza della Corte si estende a tutte le questioni concernenti l'interpretazione e l'applicazione della Convenzione e dei suoi protocolli”.

Oltre a una funzione consultiva, essa può decidere sulla base di due tipi di ricorso. Il primo riguarda una sorta di controllo interno del rispetto del trattato stesso, attraverso il quale è permesso a “ogni Alta Parte Contraente […] deferire alla Corte ogni inosservanza delle disposizioni della Convenzione e dei suoi protocolli che essa ritenga possa essere imputata ad un'altra Alta Parte Contraente”.

La seconda e più rilevante modalità di ricorso alla corte è quella grazie alla quale “può essere investita di un ricorso fatto pervenire da ogni persona fisica, ogni organizzazione non governativa o gruppo di privati che pretenda d'essere vittima di una violazione da parte di una delle Alte Parti contraenti dei diritti riconosciuti nella Convenzione o nei suoi protocolli”. Affinché ciò possa avvenire è necessario tuttavia rispettare alcune condizioni: il previo esaurimento di tutte le vie di ricorso interne, la non anonimia del ricorso stesso, la non corrispondenza a precedenti della corte, che non già sottoposto ad altra inchiesta internazionale o di regolamentazione e non contenga fatti nuovi. Deve poi essere dichiarato irricevibile ogni ricorso individuale quando venga giudicato incompatibile con le disposizioni della Convenzione o dei suoi protocolli, manifestamente infondato o abusivo.

A questo punto, secondo diversi schemi e composizioni la cui analisi in questa sede non è necessario effettuare, si giunge ad una decisione da parte della corte nella forma della sentenza, la cui applicazione nel caso concreto, secondo l’art. 46, deve essere assicurata dallo stato contraente e sorvegliata dal Consiglio dei Ministri degli stati contraenti. Tra queste è bene ricordare la possibilità di un'equa soddisfazione alla parte lesa. In caso di regolamento amichevole fra le parti in causa, invece, la Corte “cancella il ricorso dal ruolo mediante una decisione che si limita ad una breve esposizione dei fatti e della soluzione adottata”.

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