www.questomeseidee.it - anno 5 numero 6 - luglio/agosto 2017
La scelta di Giulia
- maggio 2017 -
di Enza Corrente Sutera
Sono impiegata alle Poste. Certo, questo è un lavoro dignitoso e sicuro, ma io non sono soddisfatta per niente. Mi appaga molto di più stare coi ragazzi in comunità, sentire che mi aspettano e che sono contenti della mia compagnia.

“Ma cosa vuol dire per me fare l’impiegata alle Poste? Me lo chiedo sempre. E a volte mi vien voglia di mandare tutti a quel paese. Poi mi dico che mi devo vergognare di questi pensieri, perché ho un posto sicuro, perché a trent’anni non è cosa così normale, e quasi tutti i miei amici sono ancora a spasso. O sono a spasso perché non hanno voglia di fare? Mah, vallo a capire. Io in realtà a spasso non ci sono stata mai; a partire dai tempi della scuola, finita presto col diploma di ragioniera perché mi piaceva proprio studiare. Certo non potevo permettermi l’università, con mia madre a fare i mestieri per tirare avanti e mio padre che l’aveva lasciata incinta di me. A volte mi sono sentita quella di 4 marzo di Lucio Dalla: sarà per questo che mi piacevano tanto le sue canzoni, un po’ la nostra storia iniziale è stata uguale.

Ho fatto tante cose, per brevi o lunghi periodi. Ho fatto la solita commessa in un supermercato; ho servito hamburger e patatine in un Mc Donald; ho fatto alla sera la cameriera in una pizzeria e poi la cassiera in un cinema. Sono stata anche in una tisaneria il venerdì e il sabato sera. Forse ho fatto anche qualcos’altro che non ricordo più, ma sempre ingaggi da poco, con pochi soldi e poche prospettive:  meglio che niente, in attesa di qualcosa di più solido. Ho fatto il corso di bagnina e nei mesi estivi mi sono pagata le vacanze lavorando nelle piscine dei centri balneari. Ho fatto anche domanda di lavoro alle Poste, alle Ferrovie e in una grande quantità di banche e in tante aziende piccole e grandi della mia zona: la chiamata alle Poste è stato un gran colpo di fortuna, soprattutto con incarico di postina in una zona periferica della mia città. A voler cercare il pelo nell’uovo, sono sempre in giro col caldo e col freddo, con la nebbia e con la pioggia, ma mi consolo perché un lavoro di impiegata, al chiuso e col cliente davanti, non mi sarebbe certo piaciuto di più. Da ragazzina sono stata scout e mi è rimasta dentro la voglia, o è il bisogno?, di fare un “servizio” per gli altri e così, per un giro di conoscenze e opportunità, sono finita al Centro, a far la volontaria coi ragazzi psichiatrici gravi. Ed è con loro che mi sento davvero contenta ed è per questo che sono ormai due anni che ci vado, due  volte la settimana. Certo sono impiegata alle Poste e questo è  un  lavoro  dignitoso e sicuro, ma io non sono soddisfatta per niente, torno a casa dopo i turni stanca e poco contenta.  Mi appaga molto di più stare coi ragazzi in comunità, sentire che mi aspettano e che sono contenti della mia compagnia quando li accompagno fuori, se possibile, a camminare un po’ e a prendere una bibita o quando faccio con loro una partita a carte; sono cose semplici, ma molto significative e io sento di fare qualcosa di importante perché  loro possono  vivere relazioni serene, e si sentono davvero curati e importanti, oltre la lucida follia che a tratti può assalirli; non è quest’ultima la cosa che mi fa soffrire di più, ma il fatto che un giorno vai in comunità e trovi abbattuto e in crisi   un ragazzo che la volta prima aveva animato un gruppo; oppure scopri che è come se non ragionasse  più, mentre fino alla settimana prima avevi giocato con lui a carte o a Forza 4; oppure vedi che comincia ad andare troppo spesso fuori con la testa…

Se penso al mio tremore dei primi giorni  in comunità, mi sembra siano passati secoli… non sapevo che dire, non sapevo che fare. Imbranata in tutto, con la paura di non saper affrontare gli attacchi collerici  o con lo sgomento nel fronteggiare pianti o racconti di vita troppo spesso sconvolgenti. Se penso all’oggi capisco che ho ancora mille  e mille cose da imparare perchè ogni nuovo ospite  che arriva è una persona nuova e non c’è mai una risposta pronta sul come fare con lui. Lo so che i miei coetanei il venerdì sera vanno al cinema, in birreria o in discoteca; io vengo qua. Ma quello che vivo qua e quello che ricevo, nessuna di quelle cose me lo può dare. Difficile spiegare perchè, è una esperienza che solo se si vive si capisce; esci dal cinema o dal pub: certo, sei rilassato, ti sei svagato e forse anche divertito, ma tutto finisce lì. Anche le relazioni che hai avuto con gli amici, quella sera, possono essere state simpatiche e gradevoli, ma non arricchiscono per niente, si fermano lì. Qui è tutta un’altra cosa, e ti porti a casa anche un altro modo di affrontare le stupidaggini quotidiane che noi ingigantiamo con le collere e le incazzature. “A essere si impara facendo” ci avevano ripetuto più volte quando ho fatto il corso di formazione per fare la volontaria qui; parole che mi sembravano astratte, forse senza senso. Ma qui, facendo, ho imparato che l’altro non è un “pazzo”, quell’essere spaventoso che tutti allontaniamo con  terrore, ma una persona che ha bisogno di essere accompagnata in questo tempo e luogo  di vita che gli rimane  con tempi  della giornata da riempire: tanti, troppi e spesso vuoti. Qualcuno mi chiede perché non vado in giro a divertirmi con le amiche e gli  amici, di qua e di là, come fan tutti; beh, io non mi accontento più di questo, gli amici mi sembrano solo conoscenti con cui fai delle cose superficiali e che magari ti distraggono, ma sono solo distrazioni momentanee. Insomma è difficile da dire e spiegare, ma stare qui con questi ragazzi che sanno di essere in una situazione di salute complessa e difficile, vuol dire che quando io ho davanti queste persone, che hanno bisogno immediato e forte di compagnia e che sentono la necessità di colmare lo smarrimento che li assale, a quel punto io mi sento una persona che incontra un’ altra persona, anche se mi riversa addosso collere, sensi di colpa, preoccupazioni, paure. Io non so usare le parole per spiegare perché mi trovo bene qui; quelli che sanno che sono volontaria mi chiedono come faccio a superare la difficoltà di rapportarmi con questi malati, che tutti chiamano “pazzi” e che diventano miei amici; non lo so, ma so che sento la gioia - ma posso usare questa parola? -, di essere stata con loro in un tempo difficile della loro vita, di aver condiviso, malgrado la sofferenza, anche momenti di serenità e amicizia vera.

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