www.questomeseidee.it - anno 5 numero 8 - ottobre 2017
“Cover”: le dieci più belle secondo QM
- febbraio 2017 -
di Simona Quatrosi

Cover, così la chiamano e, in musica leggera, si intende una “canzone reinterpretata da un cantante diverso da quello che l’ha scritta.”.

E’ una consuetudine in voga da sempre, sia per cantanti “in erba” sia per quelli famosi, di voler sperimentare su canzoni già preesistenti. Alcune volte risultano delle vere e proprie copie, altre volte servono da “stimolo” ad un artista che intende scoprire nuovi sound.

La storia della musica, Pop e Rock nella fattispecie, straborda di cover. Molte sono finite nel dimenticatoio, altre invece, e noi parleremo di queste, sono talmente ben curate e originali da raggiungere un livello di supremazia sulla versione originale. Setacciando un po’ il canale Youtube decidiamo di stendere una breve classifica traendo spunto anche da una generale opinione pubblica confluendo con gusti prettamente personali.  Ecco la nostra top ten di cover famose che hanno dato nuova luce alla versione originale. Ovviamente, aspettiamo i vostri pareri e suggerimenti.

N. 10 Me and Bobby McGee (Janis Joplin)

Canzone legata indissolubilmente alla voce di Janis Joplin. In realtà, non tutti sanno che, il brano non solo, non è stato scritto per la cantante texana ma che addirittura il protagonista Bobby era una donna. Nel 1969 gli autori, Kriss Kristofferson e Fred Foster, scrissero il brano che fu interpretato da un certo Roger Miller. Me and Bobby McGee, inizialmente era quindi un pezzo abbastanza ordinario ma che, soltanto un anno dopo, reinterpretato e arrangiato dalla Joplin raggiunse il primato nelle classifiche. Nella sublime versione della cantante blues, inserita nella classifica delle 500 canzoni più belle di tutti i tempi, il protagonista, Bobby divenne maschile e il testo subì piccole modifiche. In realtà la grandezza della cover sta nel suo canto unico. E’ la voce di Janis Joplin infatti ad esaltare la canzone. Una voce capace di esprimere, allo stesso tempo, struggimento e dolcezza, furore e tenerezza. Un’interpretazione unica e inimitabile nella storia del rock che ha valorizzato la canzone tale da renderla immortale insieme all’artista.

n. 9 Girl just wanna have fun (Cindy Lauper)

Vero e proprio Cult degli anni ’80, Girl just wanna have fun è una canzone emblema grazie a Cindy Lauper. La storia però, ci dice, che il brano scritto è stato scritto nel 1979 da Robert Hazard. Soltanto qualche anno più avanti, l’uragano Lauper inserì la canzone nel proprio album She’s so inusual, in una versione che non fu certo passata inosservata. Grazie infatti al carisma dell’interprete, alla sua vocalità e la freschezza del sound anni ’80 che la canzone divenne un inno femminista di una nuova generazione di ragazze “paninare” dal look provocatorio che vollero emergere libere dalle consuetudini sociali.

n. 8 Downtown Train (Rod Stewart)

E’ una canzone di spessore del 1985, firmata Tom Waits. La canzone ha uno stile rude e introverso. Parla alle viscere dell’anima ma in fondo non arriva dritto ad un pubblico vasto. Ma nel 1989 il cantante inglese Rod Stewart riesce a darne una versione più fruibile. La canzone infatti si è trasformata da racconto sonoro carico di tonalità cupe, caratteristiche del songwriter statunitense, in una narrazione su sonorità più luminose con un arrangiamento straordinario. Due versioni. Due modi di vivere la musica, due modi di cantare la realtà. Tom Waits esaltava la ruvidezza, Rod Stewart ne celebrava la linea melodica. La voce rauca del cantante inglese accompagnata dalla chitarra di Jeff Beck ha trasformato, pur mantenendo l’alta qualità, un capolavoro cantautoriale di nicchia, in un brano talmente famoso, da entrare a far parte della top ten Billboard Hot 100.

n. 7 “Nothing compares to you” (Sinead O’ Connor)

E’ il 1990 e una giovane donna irlandese dagli atteggiamenti controversi pubblica il suo secondo album che contiene una bomba musicale di grande effetto mediatico. Nothing compares to you. Il brano è celebre, il video spopola nelle prime tv musicali dell’epoca, ma non è l’autrice. E’ una cover del grande genio di Minneapolis, Prince che pubblica questa canzone nel 1985 per uno dei suoi progetti musicali: “Family”. Sinead O’ Connor, cambia e reinterpreta questa ballad con un coinvolgimento emotivo di enorme impatto sul pubblico. L’ascoltatore, sin da subito viene colpito, dritto al cuore fino a sentir male.  Muove le leve del dolore con un registro vocale iridescente. Eros e Thanatos l’un contro l’altro armato. A potenziare questo forte pathos un videoclip intimista. Il semplice volto della cantante, con la testa rasata, uno sguardo che buca lo schermo e che esprime un animo tenero e lacerato, tormentato e commosso. Questi gli elementi che hanno reso Nothing Compares to you una cover indimenticabile. Una canzone legata per sempre alla figura di Sinead come un tatuaggio di note sulla pelle.

n. 6 Sweet dreams (are made of this)” Marilyn Manson

 “Sweet dreams (are made of this) canzone gettonatissima targata anni ’80, del duo storico, Eurythmics. Synth analogici e la sensazionale voce di Annie Lennox ne hanno decretato un successo implacabile nelle classifiche internazionali. Molti i cantanti che si sono approcciati a questo brano, ma niente ha smantellato il successo e la potenza della versione originale fino ad un certo punto. Siamo nel bel mezzo degli anni ’90. C’è una figura controversa dal look inquietante che assume atteggiamenti dissacranti e fa musica Rock. Si fa chiamare il reverendo Manson. E’ la figura più rappresentativa dell’Alternative Rock del decennio. Marylin Manson fa parlare di sé. Spiazza tutti con questa cover, utilizzata come colonna sonora per il film TV Sweet Dreams, un thriller del 1996. E’ una versione brillante, una cifra stilistica improntata sul surreale e macabro Elettro/Rock provocatorio. Una cover equilibrata dove l’essenza del brano originale non viene snaturata. Chitarre sapientemente distorte si sostituiscono ai già noti bassi sintetizzati. Non c’è dubbio che la versione di Marilyn Manson abbia suscitato scalpore soprattutto per il modo in cui “l’Antichrist Superstar” ripropone la canzone in linea alla sua personalità: trucchi pesanti e oscenità nel videoclip. Tutto ciò e altro ancora non toglie l’innegabile sommità qualitativa di una cover che seppur mantenendo fondamentalmente testo e armonie, ha dato nuova essenza ad una canzone che godeva già di grande fama e notorietà.

N. 5 With a little help from my friends (Joe Cocker)

Quando uscì questa canzone nel 1967, dall’album “Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band” i Beatles la proposero in forma di conversazione dove i tre componenti cantano una domanda e Ringo Starr risponde. Una ballata di 4/4, con un sound in forma di marcia tipico dell’album che la contiene. Poi dal 1969, la canzone avrà un destino sdoppiato grazie alla versione che ne fa un “certo” Joe Cocker al festival di Woodstock. Joe Cocker, religiosamente in Rhythm & Blues ne fa un particolare restyling: una tonalità diversa e un irrequieto 3/4 che sostituisce l’equilibrato 4/4 e il gioco è fatto. Aggiunge uno strumento protagonista, l’organo Hammond che assumendo sempre più forma auto celebrativa carica il brano di potenza evocativa. La performance vocale di Cocker, è già storia. Il brano dura ben 7 minuti, viene valorizzato da tre coriste che con un fare “gospeliano” in forma di Call and response dialogano con il performer. Audacia e bravura dell’interprete per la scelta di ricostruire un brano di una band come i Beatles. A Joe Cocker anche il merito di aver reso la canzone degna di entrare a far parte delle 500 migliori canzoni di tutti i tempi nella rivista di Rolling Stones.

N. 4 “The man who sold the world” (Nirvana)

Rielaborare una canzone di David Bowie può essere fatale ad una band. Spesso vari artisti hanno tentato invano, seppur con reverenziale rispetto, di creare qualcosa di originale. La grandezza di Bowie era anche questa. La gente non distingue le sue canzoni dall’artista. Tranne che per una, forse. Probabilmente se un merito dobbiamo dare ai Nirvana, è quello di essere riusciti in un’impresa titanica. Rielaborare, con personalità, una canzone di David Bowie a tal punto da oscurarne l’originale. E’ il 1993, MTV è il primo canale musicale al mondo. Le band fanno a gara per partecipare a “MTV Unplugged”, trasmissione dove vanno in onda concerti in acustico. I Nirvana sono pronti a suonare su un palco circondati da candele e fiori. L’ipnotico riff è presente, ma c’è molto di più. Cobain interpreta “The man who sold the world a suo modo: priva di orpelli Hard-Rock, la sua voce rauca e sofferta sembra perfetta per esprimere la malinconia esistenziale. “La vera libertà dell’anima non la possiamo trovare, se rimaniamo legati alla materialità delle cose, se svendiamo il mondo” Le chitarre accompagnano questo sottotesto. Il senso della canzone in una bolla sonora con ritmiche leggere e armonie delicatamente pungenti. Una cover stupefacente in cui Bowie stesso ha espresso il proprio apprezzamento e la volontà di voler lavorare con Cobain se da lì a poco non fosse morto.

N. 3 All along to watchtower (Jimi Hendrix)

Quando una poesia meravigliosa del menestrello Bob Dylan, e il sound di Jimi Hendrix si incontrano, l’amplesso diventa equilibrio essenziale per la creazione di un’opera d’arte. All along to watchtower, Non è una semplice cover, si può definire una seconda canzone a tutti gli effetti. A Dylan serviva la forza prorompente di un virtuoso, a Hendrix, una poesia sonora su cui sfogare il proprio estro. La versione del chitarrista è a dir poco stratosferica. A rendere ancor più intenso il racconto sulla distruzione di Babilonia (messaggio allegorico che si cela dietro la canzone) sono gli ipnotici assoli di chitarra di Hendrix, che sostituiscono l’armonica di Dylan e rendono il senso drammatico e vitale della canzone. Una cover che si conclude con un finale da considerarsi pura estasi sonora in cui sembra figurare una scena quasi apocalittica con la chitarra della “mano sinistra di Dio” che vibra su note sensibilmente acute.

N. 2 knockin’ On Heaven’s door

Canzone di un successo planetario, scritta da Bob Dylan nel 1973 come colonna sonora del film Pat Garrett & Billy the Kid. La versione originale, Country è sempre stata oggetto di infinite elaborazione di tanti musicisti famosi: basti pensare alla versione di Bruce Springsteen ed Eric Clapton. Ma per chi appartiene alla generazione degli anni ’80 in poi, Knockin’ On Heaven’s door sarà associata per sempre alla versione Hard-Rock della band planetaria dei Guns N’ Roses. Esce nel 1991 e diventa una delle cover più famose al mondo, oscurando letteralmente non solo l’originale ma anche tutte le versioni successive. Una ballad di alta qualità sonora e ardente interpretazione. Una sorta di versione del pezzo più “decisa” rispetto all’originale. Axl Rose esorta ad andare tutti d’accordo attraverso una compagine sonora che incanta e travolge l’ascoltatore tra note calde, assoli di chitarra e un celeberrimo coro all’apice della canzone.

N. 1 “Hallelujah” L’inno trasfigurato (Jeff Buckley)

Inserita al primo posto, è sicuramente il caso più eclatante di cover che ha superato l’originale. L’Hallelujah di Leonard Cohen è un inno alla vita, vissuta con desiderio di affermazione di essa. E’ un’ode all’amore, in quanto motore che dà la vita. E’ buffo pensare che “il poeta” abbia impiegato quasi due anni per scriverla, alla ricerca perenne della forma perfetta. Ma se l’inno di preghiera corale di Cohen, in mano ad un giovane artista tormentato come Jeff Buckley, subisce una sorta di trasfigurazione ultra terrena allora è quasi  d’obbligo asserire che l’Hallelujah abbia due paternità. Il canto di Jeff è un canto sussurrato, colmo di intimismo ipnotico. C’è anche spazio per un lascito di emotività più scomposto, quando all’apice del brano si eleva un acuto straziato, espressione di bellezza struggente. L’arpeggio della chitarra, solo, pulito e delicato, scevro da ogni virtuosismo assume, oseremmo dire, un qualcosa di spirituale e sublime. L’interprete stesso chiarì la propria concezione di Hallelujah: un’ode all’amore nel senso carnale del termine, il piacere del sesso, ma con l’inflessione sentimentale di chi canta il male di vivere con bellezza sofferta, aggiungiamo noi. La sua interpretazione, va al di là di ogni parola che possiamo dire o scrivere. L’impatto emotivo si poggia su ogni nota enunciata che ne accompagna i moti dell’anima catturata. Nulla da togliere a Cohen, poeta e creatore di siffatta poesia, ma le parole di Tori Amos, a tal proposito, esprimono esattamente l’essenza di questa opera d’arte: “Anche quando si tratta delle tue composizioni, se qualcun altro mette il cuore e l’anima in un pezzo che hai scritto devi accettarlo e dire: ‘Amen, fratello”.

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