www.questomeseidee.it - anno 5 numero 6 - luglio/agosto 2017
L’inquietudine di Sonia
- aprile 2017 -
di Enza Corrente Sutera
Apparentemente la mia era una famiglia serena, unita, senza problemi economici; però la mia città, gli amici, la stessa famiglia destavano in me un senso fortissimo di soffocamento e mi sentivo come travolta da una piovra che mi sovrastava.

Avevo già la laurea in tasca, ero in cerca di lavoro, ma un senso di oppressione mi circondava; eppure apparentemente la mia era una famiglia serena, unita, senza problemi economici; però la mia città, gli amici, la stessa famiglia destavano in me un senso fortissimo di soffocamento e mi sentivo come travolta da una piovra che mi sovrastava. Dovevo assolutamente andar via, cercare una nuova dimensione dove potessi esprimere me stessa, vivere la mia angoscia e le mie emozioni  contraddittorie liberamente. Il distacco da tutto questo rappresentava per me come l’unica possibilità di liberazione; erano gli anni ’70, ero ancora giovane, ma trovai il coraggio e  “fuggii” in America per ritornare sconfitta  e riprovare in altre città.

Oltre confine mi ritrovai a fare i conti con una lingua che credevo di conoscere ma che finiva per ostacolarmi in ogni ambito, qui in Italia a confrontarmi con mentalità provinciali piccolo borghesi che sentivo giudicanti e ipocrite. Scoprii faticosamente e dolorosamente nella solitudine della fredda Milano il mio più grande limite, quello che avrebbe aggiunto ulteriori sofferenze alla mia esistenza: ero incapace di dire NO. Non è stato facile capirlo, mi ha aiutato un lungo lavoro di psicanalisi che, scavando nei miei disagi e nelle mie sofferenze, ha evidenziato in me una incapacità comune a molte donne, quelle che crescono in un ambiente familiare e sociale in cui i ruoli sono già precostituiti e rigidi da tempo immemorabile: ogni rifiuto è dunque trasgressivo e questo porta al conflitto mal tollerato e perciò rimosso.

Da qui il mio bisogno di evadere, di fuggire oltre quel guscio protettivo in cui padre e madre  continuano a dire e fare per te: andare via era la strada inevitabile per costruire la mia indipendenza e autonomia. Ma la mia era anche incapacità di contenere le emozioni, di vivere ed esprimere le mie affettività, ricalcando in ciò un chiarissimo modello familiare: mio padre e mia madre non avevano mai fatto trapelare a noi figli le loro emozioni, gioie o dolori che fossero,  perché tutto era rigido, come calcolato e allora in me cominciavano ad emergere gli stessi limiti che avevo vissuto in famiglia. Mi trovavo ad essere incapace di vivere gli affetti perché questo significava ripetere inesorabilmente quello che aveva impedito la mia crescita come donna. E così da un lato il desiderio di “legare” qualcuno a me e insieme la paura di “essere legata” a qualcuno: da qui la causa di tutti i miei fallimenti sentimentali. Così il bisogno disperato di un profondo affetto, più struggente per la quotidiana solitudine di una vita lontana dall’accudente guscio familiare e trascorsa in una fredda grande città in fondo estranea alle mie origini, mi ha sempre condotto inesorabilmente al fallimento di tutte le mie “storie”.

La paura inconscia o forse conscia di ripercorrere quanto vissuto da bambina e da ragazza, mi ha portato verso la sofferenza che conferma a me stessa la mia incapacità a vivermi in quel ruolo femminile, che conosco e insieme temo, che è quello che “lega” a sé un altro e insieme e contraddittoriamente  è incapace di vivere  perché “legante”. Ho fatto un lungo cammino dentro di me per capire questo, per capire insieme il bisogno e la paura delle relazioni,  per accettarmi nella solitudine, nella lontananza, nei fallimenti. E ho finalmente  trovato una certa serenità. La relazione coi miei familiari è ritornata più serena, o almeno meno conflittuale. Forse la solitudine, per riacquistare un buon rapporto con se stessi, dovrebbe poter essere nella esperienza di crescita di tutti.

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