www.questomeseidee.it - anno 5 numero 3 - aprile 2017
Marco, il dolore di un sogno interrotto
- dicembre 2016 -
di Enza Corrente Sutera
Con Marco che “sentivo” dentro di me, la mia vita è cambiata radicalmente e anche se con la sua fine inaspettata e drammatica non sono diventata madre, il dolore dello strappo mi ha distrutto e annientato. Perché chi ha lasciato la vita era già mio figlio.

Questa è la storia di un mio sogno, un sogno che avrebbe dovuto chiamarsi Marco. Marco dagli occhi azzurri cangianti nel verde; Marco dai riccioli neri; Marco dalle fossette presenti ad ogni sorriso; Marco desiderato con tutte le forze e che avrebbe riempito la mia vita verso il domani e poi l’eternità. Marco che dava forma a me “piena” di interezza e di colpo svuotata come un guscio arido e secco. E ora dopo tre mesi di sogni, progetti, nenie cullate nel profondo di me, Marco drammaticamente trasformato in un vuoto sterile e amaro. Rimane il dolore profondo per questo figlio impossibilitato a vivere; rimane l’amarezza silenziosa per questo desiderio incarnato e volato via prima ancora di potersi concretizzare; il rimpianto per quegli occhi, quei riccioli e quelle fossette spenti prima ancora di essere visti: così in una terribile sera d’estate i più bei colori del mondo facevano a pugni col nero in cui sprofondavo col mio dolore. Il mio sogno si è trafitto con le mie urla su un anonimo lettino d’ospedale, mentre gli altri accanto accarezzano e il ventre pieno di vita in un attimo drammaticamente si svuota. E i colori d’estate si spengono nel grigio più cupo e il ventre non è più culla, ma guscio sterile e vuoto in cui non c’è posto per il sogno o anche solo la speranza.

Chi si avvicina per consolarmi mi fa notare che  le fossette, gli occhi, i riccioli di Marco sono stati solo “sogni” perché io di Marco non ho ricordi, oggetti, immagini, ma solo sensazioni, desideri e il vuoto che provo si radica in quello che vivo e sento come guscio sterile e vuoto; forse è questo vuoto o questo nulla a frenare violente reazioni emotive come la rabbia o l’angoscia e mi paralizza nel silenzio, nell’estraneità, nel ghiaccio che sento gelarmi il cuore. Mentre le notti scorrono insonni, o scosse da pianti frequenti; e alla luce del giorno sfuggo con forza l’attenzione da altri bambini e, soprattutto, da madri in gravidanza.

Perché? Perché ho bisogno di isolarmi? Forse perché mi sento diversa e vivo il senso di colpa per non essere stata capace di procreare? O perché mi vado convincendo di non essere in grado di avere un figlio anche per la paura di dover affrontare il ripetersi di questa amara esperienza di perdita? Con Marco che “sentivo” dentro di me, la mia vita è cambiata radicalmente e anche se con la sua fine inaspettata e drammatica io non sono diventata madre, il dolore dello strappo mi ha distrutto e annientato.  Perché chi ha lasciato la vita era già mio  figlio.

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