www.questomeseidee.it - anno 5 numero 2 - marzo 2017
SENEGAL: MEDICI BRESCIANI PER L’OSPEDALE UNICEF
- febbraio 2017 -
di Cristina Pacella
Nel cuore più profondo del Senegal, a Kanel, nella regione di Matam tra Mali e Mauritania c'è un ospedale costruito da Unicef che prende vita e diventa attivo grazie all'azione costante di medici e sanitari bresciani della Onlus Noha. L'ospedale è dotato di reparto di pronto soccorso, di degenza e di maternità oltre che di un centro con due sale operatorie.

Nel cuore più profondo del Senegal, a Kanel, nella regione di Matam tra Mali e Mauritania c'è un ospedale costruito da Unicef che prende vita e diventa attivo grazie all'azione costante di medici e operatori sanitari bresciani della Onlus Noha. L'obiettivo è renderlo operativo costantemente con l'interscambio di equipe mediche che offrano le proprie professionalità al servizio non solo dei pazienti, ma anche formando medici locali per rendere l'ospedale autonomo e pronto per accogliere le tante richieste di intervento. L'ospedale è dotato di reparto di pronto soccorso, di degenza e di maternità oltre che di un centro con due sale operatorie. Il progetto di qualificazione dell'ospedale da parte di Noha è stato attivato nel 2015, quando sono stati avviati i primi sopralluoghi e interventi. La Onlus Noha si occupa di salute collettiva sviluppando una rete di persone e progetti in ambito socio-sanitario, culturale e ambientale.

Alessandro Bussi, nurse di Anestesia all’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, referente del progetto di riqualificazione dell'ospedale di Kanel, ci ha raccontato delle azioni messe in campo da Noha e dell'importanza che ha la riqualificazione della struttura esistente nell'ottica di aumentare sempre di più l'operatività dell'ospedale.

«L'ospedale - ci spiega Bussi - ha una struttura in parte operativa, costruita con fondi nazionali in partnership con Unicef. È stato costruito dal governo senegalese, ma manca l'operatività delle due sale operatorie, costruite ma non complete anche perchè mancano personale e strumentazioni, come ad esempio la sterilizzatrice o il sistema di lavaggio della biancheria necessario. Come gruppo di medici e  infermieri siamo partiti per un sopralluogo, avendo constatato che la struttura è buona ci sono ottime potenzialità. Ma bisognerebbe creare un piccolo alloggio per i sanitari, portare o acquistare questa sterilizzatrice e attuare altri interventi strutturali che possono notevolmente migliorare la situazione dell'operatività della struttura».

Alessandro Bussi è il referente del progetto e fa parte del tavolo tecnico dei sanitari assieme ai dottori Simone De Medici, presidente, Marlene Alberti, Maria Grazia Cavesti e Giampaolo Bertoloni, referente per la parte chirurgica.

«Personalmente mi reco da diverso tempo in Senegal, anche per altri progetti fatti con AREU (Azienda Regionale Urgenza Emergenza Lombardia) conoscevo la situazione e conosco un po' quelle che sono le culture e l'ambiente. C'è un gran bisogno di pediatri e di ginecologi. Certamente gli interventi più richiesti sono quelli sui nascituri, gli interventi di urologia e di chirurgia generale. Bisognerà attivare anche ortopedia. Ci stiamo occupando dell'organizzazione logistica in modo che altri medici siano nelle condizioni ottimali per andare ad operare e insegnare ad altri medici del luogo.

Tra fine marzo e le prime settimane di aprile faremo un ulteriore sopralluogo e ci saranno altri chirurghi e infermieri, oltre che personale che si occupi di valutare l'agibilità del terreno per poter poi andare a costruire la struttura che ospiterà il personale medico».

Noha è composta non solo da medici e sanitari ma anche da tante altre professionalità che apportano il loro contributo alle attività.

«A seguire assiduamente le attività siamo operativi circa in quaranta. Siamo medici, infermieri, ma non tutti sanitari. Tra di noi ci sono anche dei biotecnologi e molte altre professionalità. C'è bisogno veramente di tutti per far andare avanti il progetto e farne partire altri collegati a questo, sempre in un'ottica di sviluppo».

La collaborazione con Unicef potrà portare al raggiungimento degli obiettivi prefissati.

«Puntiamo molto sulla collaborazione con Unicef per sostenere la costruzione del nucleo abitativo per le equipe sanitarie sia nostre che loro. Così facendo migliorando la struttura dell'ospedale certamente ci potrà essere un'affluenza maggiore di medici e maggiori saranno gli interventi. C'è davvero un gran bisogno di cure e l'alternanza costante di equipe consentirebbe di tenere l'ospedale in funzione e operativo su base annuale. Per chi deve operare da mattina a sera è indispensabile poter aver un piccolo appoggio per riposare dopo tredici o quattordici ore di interventi, per rifocillarsi e riprendere con un altro turno di interventi. Per questo stiamo chiedendo a Unicef un supporto logistico per l'alloggio».

Anche la questione dei trasporti è molto delicata.

«Solitamente arriviamo a Dakar, che è dalla parte opposta  e da lì partiamo con una vettura e ci rechiamo a Kanel. Si tratta di 700-800 km su strada non asfaltata, nella zona subsahariana del deserto, nella zona più secca, dove le temperature arrivano anche a 50 gradi. L'ambiente non è ottimale. Sono 12 ore di viaggio con jeep che affittiamo. Le strade in questa zona impervia sono piene di ostacoli, e spesso si bucano le gomme e i nostri viaggi di 12 ore diventano viaggi anche di 17 ore. I costi del noleggio sono molto alti perché dobbiamo per forza essere certi di arrivare a destinazione quindi dobbiamo anche assicurarci che sia guidata da una persona adatta, che ci sia il pieno  di gasolio, e tutta una serie accortezze che ci servono per arrivare a destinazione e dare il nostro aiuto. L'associazione sostiene questi costi di trasporto, che sono molto alti. Magari in futuro, creando movimento di equipe si potrà pensare ad acquistare anche delle auto adatte al trasporto o a utilizzare dei mezzi già in possesso da Unicef per il trasporto delle equipe. Al momento però la questione della costruzione dell'alloggio resta prioritario, anche perché, appunto dopo questi viaggi per arrivare a Kanel è necessario che chi va ad operare abbia un piccolo angolo dove recuperare la concentrazione prima di mettersi al lavoro».

Le difficoltà sono ripagate però dal calore umano degli abitati dei villaggi.

«Quando noi arriviamo ci sono almeno tre giorni di festa. È  infatti impensabile stare lì solo una settimana, perché ci sono almeno 3 giorni di festa, di accoglienza dagli abitanti dei villaggi vicini. Siamo visti come degli angeli e ci dimostrano tanto affetto e gratitudine. Ma non è la gratitudine che vogliamo. Facciamo tutto col cuore senza voler ricevere alcun ringraziamento e riconoscenza. La riconoscenza è vedere che i pazienti stanno meglio, che abbiamo migliorato le loro condizioni di vita, come vedere un bambino che ritorna a correre o giocare a pallone. Per questo puntiamo molto a rendere migliore la struttura esistente. Più migliora, più equipe si potranno alternarne per più tempo, più vite riusciremo a salvare».

Tutte le azioni sono finanziate grazie a campagne di sensibilizzazione, raccolta fondi, donazioni. Noha sostiene le spese di viaggio delle equipe.

«Quello che cerchiamo di fare è aumentare il potenziale dell'ospedale e migliorare il margine d'intervento. Spesso le condizioni in cui si opera sono difficili, a volte veramente drammatiche. Ci auguriamo nei prossimi mesi di intensificare l'interscambio delle equipe e di procedere con l'implementazione strutturale dell'ospedale».

Un grande atto d'amore e di umanità  verso i figli di Mamma Africa.

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