www.questomeseidee.it - anno 5 numero 4 - maggio 2017
“Obama out?”
- maggio 2016 -
di Roberto Barucco
“Obama out”. E il microfono, in quell’ultima sera d’aprile, sospeso in alto come una possibilità, si stacca dal palmo della mano. Cade a terra. E’ un piccolo rumore che risuona nella sala gremita di corrispondenti della Casa Bianca. Ma solleva una grande eco nel mondo. Ha la forza di far riflettere sul valore d’una democrazia matura, tanto i tremila e passa invitati della “White House Correspondents Association”, punto d’arrivo del gotha giornalistico, quanto chi, a casa, ha visto compiersi uno degli atti finali dell’ “Era Obama”. L’ultima cena ufficiale con i giornalisti, rito che esiste dal lontano 1920, capolavoro d’ironia, understatement, autocritica, presa in giro nel senso buono del termine narra di otto anni consegnati già alla storia, tra risate, battute degne del David Letterman Show, commozioni reali e non cercate. “Fra meno di un anno starai giocando a golf tutti i giorni”, dice il comico Larry Wilmore. Mr. President replica: “Da comandante in capo passerò a comandante del divano”. Potus è in gran forma, scherza allegramente riferendosi a Trump. Guarda a sua moglie con grande affetto e sorride: “Michelle non è invecchiata di un giorno. L’unico modo in cui si può capire in che anno è stata scattata una foto, è guardare me”.

“Obama out” va dritto al cuore: corrispondenti e platea sono in estasi.

E’ il rimando s Kobe Bryant, campione dei Los Angeles Lakers (lo scorso 13 aprile ha disputato la sua ultima partita in Nba), è chiaro. Quasi la stessa ispirazione, che ritorna a quel “Mamba out” di Kobe. E stesso gesto che sigla la conclusione dei concerti di molti cantanti rap. Ecco, anche questo è un modo di gestire, dolcemente, la parola “fine”. Di quell’epoca che tutti abbiamo vissuto, del riscatto dei semplici, o almeno del tentativo di provarci, delle riforme, della possibilità d’un modo d’intendere l’America, quella che forse non ha mai smesso di sognare, di credere che un mondo migliore, non il migliore di tutti i mondi possibili, ma migliore, sia nelle nostre corde. Sfilano immagini e ricordi, montagne dell’Afghanistan e spiagge cubane, riforme sanitarie cercate e speranze. “Voglio chiudere la mia ultima cena con i corrispondenti dicendovi grazie. Sono davvero orgoglioso di ciò che avete fatto, è stato un onore e un privilegio lavorare fianco a fianco per rafforzare la nostra democrazia”.

“Obama out?”. No. Obama è la nostra storia recente e il simbolo d’una battaglia possibile, d’un mondo possibile.

“Yes, mr. President, we can”.

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