www.questomeseidee.it - anno 5 numero 2 - marzo 2017
“Perché se cado, cado tra i fiori”
- novembre 2014 -
di Roberto Barucco
“I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”.
 Il capo di stato maggiore dell'esercito, il generale Diaz. “La mia morosa mi aspetta tutte le sere. Appena esco, dopo l’adunata dei consegnati. Mi ci fa uscire da quella porta lì il sergente, che l’è una brava persona e mi ci lascia parlare qualche tempo. Lo sa che lei è venuta fin quassù, nell’alto Veneto, compagnata dalla mamma, per dirmi ‘ciao’ e portarmi notizie del paese”.

La ragazza, quella Lilì Marlene antesignana, figlia d’una altra epoca, lontana ormai cent’anni fa, non vedrà più il suo alpino. Sulle cime è caduto. Tra i fiori, come diceva una vecchia canzone tramandata ai nostri ragazzi d’oggi, ai coscritti e ai volontari d’ogni epoca e d’ogni caserma.

Penne nere, fanti, bersaglieri. Mio nonno Prospero, buonanima, che si beccò ventiquattro mesi di trincea, sul Piave e sul Carso, con i “suoi” granatieri di Sardegna. E salvò dal filo spinato austriaco l’amico dissidente, contrario alla guerra e socialista. E quell’amico poi gli salvò la pelle, finita quella brutta storia della guerra, la seconda. E ora riposano insieme in un cimitero di marmo alle porte di Brescia, come volevano, una lapide sopra l’altra. E così vi vorrei raccontare e lo spazio non sarà mai abbastanza e mi dispiace, il riscatto d’un popolo, la sua morale semplice, le pezze ai piedi, gli scarponi chiodati di cartone, il rancio scarno, gli assalti alla baionetta, i pianti, la casa lontana, la morosa rimasta laggiù, poche once di tabacco.

Una grappa. L’assalto. “Avanti, Savoia”. “Cecco Beppe” è là che aspetta, dietro il filo spinato, sul Piave, sul Tagliamento. Retorica? Sì, forse. Ma cent’anni dopo e tanti pianti dopo, francamente, me ne infischio. Li ho conosciuti, in Trentino per mia antica anagrafe, da ragazzo, i “nostri” e i “loro” veci. Italiani e austriaci che oggi, nel ricordo, si incontrano in spirito e si abbracciano fra i silenzi dell’Adamello. Ecco allora che non ci suonano avulse, estranee le canzoni che ci fecero commuovere, catarsi collettiva, nel primo conflitto mondiale. Che ereditiamo oggi, che tramandiamo. Che l’alpino e il fante su quelle vette gelate e benedette, lassù, morirono. Epica reazionaria del IV Novembre, del passato e degli eroi? Va bene, meglio. Se è vero che quegli eroi d’autunno, e fu vero, morirono per quell’idea d’Italia che oggi cerchiamo di rispolverare, male, ed estrarre da uno scatolone dimenticato. Buona notte all’Italia allora, a quell’Italia che amiamo e loro hanno amato più di noi, all’Italia delle Forze Armate, degli eroi senza Gloria, del popolo, della buona gente italiana e dei mazzolin di fiori. Era una notte che pioveva e gli atti d’eroismo appartengono anche a quel ponte di barche che nessuno avrebbe mai detto, sul fiume. E le fucilate e gli austriaci e ta-pum, ta-pum che è quel “Piave o tutti accoppati”. Ricordiamoli questi ragazzi, i diciott’anni del fronte, dei pidocchi, del fango e delle trincee, l’anima straziata dal filo spinato, dalla più grande corona di spine dell’umanità. Loro se lo meritano e, se capitasse, carichi di sci e vacanze di Natale, di passare da quelle parti, ai confini della Patria, lasciatecela chiamare così con una “P” maiuscola finalmente non sprecata, sotto le Tre Cime o sulle sponde irredenti e sacre del Piave, di incontrare quei nostri cent’anni e i nostri figli, essere accarezzati da un refolo di vento che porta il sussurro di quella bella Italia che non si arrese, comunque, allora salutiamola, la Patria e la memoria. Basta un fiore, anche ideale, posato su un resto appena accennato di trincea. I suoi colori saranno ancora più vivi, come quelli d’un labaro di battaglione e, se pure scappa una lacrima di commozione, non fa male, non è peccato. “Diglielo alla mia morosa, che non pianga più. Sono caduto tra i fiori. La proteggerò sempre”. Grazie, fratelli.

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