www.questomeseidee.it - anno 5 numero 3 - aprile 2017
“Quando c’era Berlinguer”
- aprile 2014 -
di Roberto Barucco
“Quando c’era Berlinguer” è il documentario d’una ricerca destinata ad approdare nei cinema il prossimo 27 marzo. E poi a proseguire nella sua programmazione su Sky il 6 giugno. Un giorno prima del dramma di Padova, trent’anni prima. Un giorno prima di quell’ictus che colpisce Enrico Berlinguer mentre sta tenendo il comizio per la campagna elettorale delle Europee. “Preparatevi a piangere”, aveva dichiarato Veltroni in una recente intervista. E non solo sul passato. Questa frase, forse, è la sintesi d’emozioni e storia vissuta dal popolo di Enrico Berlinguer allora, prima e in questa spesso impietosa manciata di lustri finiti nel sacco buttato sulle spalle, carico di domani possibili. Con quella visione del comunismo, citiamo, come “trasformazione secondo giustizia della società”. Dell’interrogarsi sulla ricerca della felicità delle persone o del sentire come un problema proprio la povertà, da qualsiasi provenienza arrivasse, da qualsiasi angolo del mondo. Altri tempi, se guardiamo all’oggi, a quel vento chiamato politica che non entra più nelle case, ma nemmeno solletica le tende, se qualcuno, per sbaglio, lascia aperta la finestra. Ricordiamo Berlinguer come galantuomo, uomo politico stimato dagli avversari, rispettato, amato dai suoi. Capace di innovare, superare concetti e tesi per nuove visioni, “strappare” nel nome del compromesso storico, perché non si arrivasse nell’Italia di quegli anni, a derive peggiori. “La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie – diceva nel 1973, ma pare scritto ieri - e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre piú urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande ‘compromesso storico’ tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”. Allora, ricordiamolo, lo ricorda la storia narrata dal film di Veltroni, un italiano su tre votava Pci. C’era la guerra fredda, il terrorismo. Era il tempo in cui “vivere per la politica”, intesa come idea bella per gli altri, per una questione morale capace di travalicare gli interessi, non era “vivere di politica”. Valori, etica, regole. E’ la lezione lontana che ora arriva da un film, questa dell’idea bella della politica vista in senso superiore, di utilità comune, di bene comune, di futuro comune. C’era umanità. Nessuna “santificazione” che certo Berlinguer non ha bisogno della nostra, ma l’omaggio rispettoso dovuto a un tempo in cui il pensiero pareva poter crescere fino a divenire azione. Positiva per tutti. Lo sviluppo economico, la crescita sociale, la qualità della vita sono punti fermi d’allora come d’oggi, sia pur nella tristezza del nostro quotidiano. E Walter Veltroni nel suo narrare in immagini affronta una vicenda complessa e delicata. Dove si passa dal rigore d’un parlato all’efficacia dell’inquadratura, all’evocazione, anche di quella Sardegna cara a Berlinguer, dall’umanità al senso di comunità. A margine delle righe che state leggendo, vicino al volto del leader del Pci e a quell’edizione che recita una sola parola, “Addio”, c’è anche quell’istantanea, ormai consegnata a sua volta alla storia, di Roberto Benigni che prende in braccio Enrico Berlinguer. Non è solo una trovata allegra, affettuosa. E’ il suo prendere in braccio, forse, quell’idea forte e determinata che viene chiusa nell’alveo d’una antica timidezza, è un gesto di tenerezza verso il pensiero e quella persona che lo stesso Montanelli definì, “uomo di immacolata onestà, sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere e in perfetta buona fede”. E a sua volta Veltroni compie un personale atto d’amore, prende in braccio a modo suo, con tenerezza, quella stessa idea che gli cambiò gran parte dell’esistenza, fin da ragazzo. Per dirla con Giorgio Gaber “qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona”. Tutto finì l’11 di giugno a Padova. C’era il presidente Sandro Pertini, in quelle ore drammatiche, fu lui a imporsi per trasportarne il corpo sull'aereo presidenziale. "Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta", disse. Torniamo al film che non è nostalgia, ma è destinato a tutti, nel suo valore storico-politico e ai giovani in particolare. Di qualsiasi appartenenza e provenienza. Pare proprio diretto a loro il racconto di questo grande sogno e non a caso, rievochiamo una frase di Berlinguer, che suona, in tempi di negazione d’ogni futuro possibile, piuttosto attuale: “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c'è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia”.
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