www.questomeseidee.it - anno 5 numero 5 - giugno 2017
Quei buchi nel terreno dove il cibo scompare
- novembre 2015 -
di Sergio Masini

Popolazione che invecchia e impoverisce, che ha sempre più fame. Che picchia i pugni contro il muro del non senso burocratico e civile. Serrate di chi almanacca tempi ormai finiti. E intanto il cibo c’è: ma viene gettato.

Chiusi i pesanti battenti di Expo, “nutrire il pianeta” resta e si conferma una priorità morale e materiale. Un dovere di primo piano. E se i riflettori si sono spenti sui padiglioni internazionali, è ora tempo che si accendano lumi e “fiaccole di via” a indicare la strada.

Brescia: un incontro ha inteso far luce sul “Diritto al cibo e riutilizzo delle eccedenze alimentari”. A innescare la questione, l’approvazione di una legge regionale su “riconoscimento, tutela e promozione del diritto al cibo”. La Lombardia ha voluto così farsi faro per tutta Italia e, valutate esperienze straniere ed eccellenze locali, affrontare di petto il tema degli sprechi alimentari.

Expo non è stato solo una vetrina gastronomica: ha fatto da cornice a importanti occasioni d’approfondimento. La “Carta di Milano”, pur con alcune lacune a mio parere, rappresenta un documento di grande significato – ha osservato il consigliere regionale Michele Busi -. La nuova legge serve ad integrare l’attuale quadro normativo, ma accanto a questo è importante non sottovalutare la quotidiana esperienza sul campo maturata dagli operatori: hanno competenze e polso della situazione da integrare, nel migliore dei rapporti di sinergia, in una fattiva azione di contrasto alla povertà e pessimi stili di vita. Penso in particolare a quelli che fanno gettare ogni giorno nei rifiuti quantità enormi di derrate alimentari. 700mila persone in Lombardia vivono sotto la soglia di povertà: sono quasi il 7% dell’intera popolazione regionale – ha ricordato -. E si tratta in molti casi di situazioni invisibili ai più, ma dolorosamente reali. Il Parlamento europeo ha introdotto nel 2012 una risoluzione che puntava a ridurre del 50% gli sprechi entro il 2025. Questo è l’obbiettivo che ci siamo posti”.

Come procedere?

Con corsi di educazione alimentare, banche dati di buone prassi nei Comuni, premialità agli operatori della ristorazione e associazioni che scelgano di destinare a chi ne ha bisogno le eccedenze o i prodotti non più commerciabili. Ma anche rivisitazione di bandi e soluzioni che coinvolgano gli stessi Sireg, gli enti del sistema regionale - ha precisato Busi -. La legge prevede inoltre una specifica consulta che sarà tenuta a riferire annualmente a Regione Lombardia, e quindi ai cittadini, i progressi fatti. La Lombardia, prima regione agricola italiana e una tra le più improtanti d’Europa, farà così da incubatore di un modus operandi in materia che, mi auguro, verrà presto sposato anche a livello nazionale”.

In proposito è intervenuto il parlamentare Mario Sberna: “Stiamo lavorando ad un testo unico condiviso da tutte le forze politiche che credo troverà in aula l’approvazione della stragrande maggioranza dei deputati – ha rassicurato -. Sono convinto che la soluzione sia ridurre burocrazia e freni al buon cuore della grande distribuzione e delle tante associaioni sensibili al tema: non sprecare il cibo non solo si può, ma si deve.  Nel maggio di quest’anno la Francia ha ufficializzato una legge che vieta ai grandi centri commerciali e supermercati di buttare arbitrariamente gli alimenti in eccesso – ha spiegato Sberna -. Molto di quello che finisce nella spazzatura è ancora utilizzabile nell’alimentazione umana o animale. In italia lo spreco si quantifica in 8,1 miliardi di eruo annui, l’1% del Pil. Tutto questo mentre le famiglie numerose si sono impoverite del 250% e il 35% dei prodotti che le sfamerebbero vengono gettati. Per questo – ha concluso - serve una legge che consenta di agevolare chi intende aiutare il prossimo”.

Da sempre in prima fila a sostegno della solidarietà, Pietro Odolini, insieme con i fratelli fondatore, 50 anni fa, del gruppo Italmark, ha raccontato che: “Nei nostri punti vendita sforniamo pane fino alle 19. Quanto rammarico quando dev’essere buttato. E lo stesso dicasi per i prodotti della cella frigorifera. Fa parte dell’attività, certo. Siamo assicurati in caso di guasti. Eppure quanto rammarico. In passato è capitato – ha aggiunto – il caso di un motore rotto nel fine settimana che non ha fatto scattare l’allarme. I prodotti sono scesi di poco sotto i 18 gradi, soglia che ci ha obbligati a portarli in discarica invece che donarli a chi ne aveva bisogno. 100 quintali di cibo. Tantissimi. Ecco perchè abbiamo apprezzato la proposta di un banco alimentare che destinasse eccedenze o invenduto ad associazioni di volontariato. Il costo di quest’operazione per noi è relativamente gravoso, ma può dare tanto. Perfino – ha insistito – a chi non ne fruisce: perché i costi di smaltimento ricadono sui Comuni e, quindi, sui cittadini”.

Italmark ha risposto con entusiasmo alla proposta di una realtà bresciana, la rete di cooperative “Cauto Cantiere Autolimitazione”, che nel ’95 ha avviato con successo una “dispensa sociale”. “Capitava che un’azienda stampasse un’etichetta difettata, che il packaging non fosse perfetto, che le foglie d’insalata avessero un colore leggermente meno invogliante per l’acquirente finale. Così – ha raccontato Luigi Moraschiabbiamo iniziato a raccogliere prodotti alimentari ed eccedenze ortofrutticole da destinare ad altro che alla mera eliminazione. Ora trattiamo circa 3 milioni di kg di alimenti l’anno e, ogni settimana, sono circa 7 mila le persone che ne fruiscono. Coinvolgendo alcuni dipendenti e un centinaio di volontari – ha continuato – oggi riusciamo a fornire un concreto sostegno a chi ne ha bisogno. Ne è nato un luogo d’incontro e aiuto dal grande valore sociale. Esistono veri e propri ‘buchi’ nel terreno dove il cibo viene gettato. Discariche enormi che inghiottono ogni giorno ciò che potrebbe fare la serenità di numerose famiglie, ma anche il vantaggio degli allevatori: il 30% di quanto raccogliamo può infatti tranquillamente essere convertito a nutrimento animale, come facevano i nostri nonni”.

La cooperativa, che si occupa anche di inserimento lavorativo ed emancipazione sociale, non si è fermata qui: "Nel 2010 abbiamo presentato un progetto europeo per mettere a modello un sistema di sostenibilità – ha spiegato Anna Brescianini -. E’ stato un viaggio che oggi, proprio grazie all’’occhio di bue’ fornito da Expo e alla nuova legge regionale, sta coinvolgendo sempre più partner, associazioni no profit e Comuni. 14, ad oggi, le amministrazioni lombarde che hanno sposato l’idea, comprese quelle di Milano, Pavia e Bergamo. Entro un anno saremo in grado di valutare i dati raccolti e dare evidenza al valore economico, sociale e ambientale del recupero alimentare”.

Tante realtà e un unico credo: il cibo ha un valore intrinseco che passa da ogni pezzo di pane alle mani delle vecchie e nuove generazioni. Una cultura del lavoro, del sacrificio, del sudore e dell’essere comunità troppo a lungo dimenticata, offuscata da luci artificiali. Dai bambini sui banchi di scuola alle aule istituzionali, passando per le tavole delle nostre case, l’indicazione dev’essere la stessa: il cibo è vita, e la vita, bene prezioso, non va gettato.

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