www.questomeseidee.it - anno 5 numero 9 - novembre 2017
Ricordo quel Presepe che…
- dicembre 2015 -
di Roberto Barucco
Tutte le luci colorate, i ninnoli e le renne, forse no. Non mi hanno mai esaltato le celebrazioni di plastica. Ma il raccogliersi a pensare, rispolverando le statuine di sempre, recuperate dalla scatola di cartone in cantina, salutarle come vecchi amici, inventarmi una storiella per ogni comparsa del mio piccolo Presepe, mi piace. Lo confesso. Quel Presepe dell’anima che ti porta a compiere un bilancio dell’anno, dell’esistenza, del senso di quella vita che scorre, mentre dialoghi con un pastore o sistemi una palizzata e un ciuffo di muschio nella tua improbabile Betlemme, rimane come una certezza, commuove ancora. Non serve, ora, per dirla tutta, prendere una posizione politica, laicista, antilaicista, filo questo o filo quello. Quello fa parte del dibattito politico, che non è spesso separato da tentazioni, necessità, botte e risposte dettate dalla “pancia”. Invecchio e provo un certo distacco da vicende che ho visto e seguito e commentato per oltre vent’anni con alterne fortune. E, in fondo, anche lo scegliere di non parlare di politica, è una scelta politica.
Tutte le luci colorate, i ninnoli e le renne, forse no. Non mi hanno mai esaltato le celebrazioni di plastica. Ma il raccogliersi a pensare, rispolverando le statuine di sempre, recuperate dalla scatola di cartone in cantina, salutarle come vecchi amici, inventarmi una storiella per ogni comparsa del mio piccolo Presepe, mi piace. Lo confesso.

Quel Presepe dell’anima che ti porta a compiere un bilancio dell’anno, dell’esistenza, del senso di quella vita che scorre, mentre dialoghi con un pastore o sistemi una palizzata e un ciuffo di muschio nella tua improbabile Betlemme, rimane come una certezza, commuove ancora.

Non serve, ora, per dirla tutta, prendere una posizione politica, laicista, antilaicista, filo questo o filo quello. Quello fa parte del dibattito politico, che non è spesso separato da tentazioni, necessità, botte e risposte dettate dalla “pancia”. Invecchio e provo un certo distacco da vicende che ho visto e seguito e commentato per oltre vent’anni con alterne fortune. E, in fondo, anche lo scegliere di non parlare di politica, è una scelta politica.

Vorrei solo ricordare in queste righe quell’idea di fede semplice, popolare, figlia delle nostre tradizioni più radicate, amata dai nostri nonni e trisavoli, che prese piede secondo la narrazione ufficiale a Greccio.

Il Presepe.

Una raffigurazione devozionale che doveva servire a sintetizzare, semplificare, riassumere la Rivelazione, per i credenti, o almeno sollecitare o smuovere o sensibilizzare le coscienze di chi con il “credere” aveva meno dimestichezza. Semplicità e messaggio diretto. Un fotogramma eterno dove il tempo pare essersi fermato. Messaggio e vicenda che vuole arrivare a tutti gli umili, i dimenticati, i proscritti, della vita e della storia.

A tutti.

Non dimentichiamo, ad esempio,  che da quelle parti, alla periferia d’una Betlemme di duemila e rotti anni fa, affollata da genti che pernottano in vista del censimento, i pastori non erano molto ben considerati. Eppure sono i primi a vedere e, in molti, a credere e pregare. Non sta a me l’analisi teologica o morale. Per carità, che appartengo e rimarrò a lungo nella schiera dei peccatori e degli scarsamente praticanti.

Tuttavia, anche solo ipotizzare l’eventualità che l’Infinito possa manifestarsi nel bel mezzo della Storia e iniziare quella missione immane di “far nuove tutte le cose”, è qualcosa che diviene più grande, molto più grande di un pover’uomo ignorante come me.

Ergo, e andiamo giù piatti, che è meglio, almeno quel Presepe, quella sacralità spirituale, che appartenne davvero ai padri dei padri, alle nostre radici cristiane e europee, ai nostri sogni e alle nostre speranze, lasciatemelo stare. Non trasformiamo l’Infinito possibile in una preda demagogica o in uno scudo improvvisato da sollevare nel confronto politico.

Non incartiamoci in quel pensiero che recita come, tranciando unilateralmente le possibilità della fede, non urteremmo gli altri che della stessa idea non sono, e non mi interessa se musulmani, buddisti o scintoisti o chissà che. Sarebbe come attribuire a chi la pensa e non crede come noi una patente che non merita. Come dire che gli “altri” non possono capire. E chi siamo noi per esserne così certi? La scomparsa del Natale, che sembra il titolo di un film girato a ferragosto, non giova a nessuno.

Abbiamo bisogno di parlarci, di comprenderci, di riscoprirci tutti, uomini e donne, sotto lo stesso cielo e figli dello stesso pianeta. Abbiamo solo questo, questa terra malridotta. Viviamo nella necessità di reciproco rispetto e tolleranza. Che almeno ci accomuni un po’ di speranza, così chiara nel sorriso dei bambini. Non neghiamoci anche questo in nome delle nostre rinsecchite, superate, astiose radici ideologiche, da supporter invecchiati, stizzosi e incazzati con il tempo che scorre.

Non cerchiamo di vedere l’arcobaleno tenendo lo sguardo fisso in basso. Se non a noi stessi, lo dobbiamo alle generazioni future.

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