www.questomeseidee.it - anno 5 numero 7 - settembre 2017
Ritorno alla città invisibile dei nostri ricordi
- luglio 2017 -
di Enza Corrente Sutera
Me lo sono concesso; me lo sono concesso a 50 anni suonati. E l’ho fatto da sola. L’ho fatto da sola per potermi emozionare senza vergognarmi, per meravigliarmi senza la necessità di condividere, ma anche per arrabbiarmi senza dover giustificare perché e per come.

Me lo sono finalmente concesso di rivedere e camminare e girovagare in quella che era una volta, secoli e secoli fa, la mia città. Ho sempre avuto questo magone dentro, di rivederla; di rivederla con altri occhi. Con gli occhi della donna adulta che guardano e vivono stessi squarci, stesse strade, stessi cortili o piazze vissuti e visti con occhi sognanti di bambina o coi giudizi taglienti di ragazzina che si sentiva limitata, chiusa, persino schiacciata e ostacolata nella voglia di evadere per camminare le strade del mondo.

Picchia il sole afoso del Sud, toglie anche il respiro e ti costringe a fermarti… la città ha moltiplicato le sue offerte di ristoro, bar pub e ristoranti… uno vale l’altro: come fai a sapere dove gustare oggi il gelato più buono? Percepisci nell’aria che l’industria del turista ormai la fa da padrona per buona parte dell’anno… e io mi sento insieme cittadina ed estraea. Poi a frotte sciamano i ragazzini usciti da scuola… e mi ritrovo assurdamente a cercare nei loro volti tracce familiari che riportano a qualche compagno di scuola: figli di? nipoti di? E mi ritrovo immersa in un mistero, come alla ricerca di tracce vive perse nel tempo, nel succedersi dei decenni.

Sì, l’ha scritto qualcuno, ce lo ripetiamo in tanti che partire è un po’ morire, ma ritornare che cos’è ? E’ rinascere là dove sei nata, ma poi andata via per decenni e decenni? E più tornata neanche una volta? Cos’è rinascere mentre attraversi strade di cui non hai più neppure il ricordo, o mentre ti imbatti all’improvviso dietro un angolo con squarci di mare luccicante che non ti aspetti? Ritornare è riappropriarsi del sé nostalgico e continuare qui come altrove a sentirsi sempre un po’ fuori luogo, un po’ nomade perché la completa appartenenza ai luoghi e alle cose è davvero impossibile? Eppure in questo quartiere della città io ci giocavo, ci sognavo, intessevo le mie relazioni forti perché uniche. Era il mio grembo rassicurante, ma poi sempre più stretto, o almeno così sentito, quasi come membrana soffocante e stritolante.

Ma cosa stritolava? Cosa asfissiava? Oggi percepisci una città come tante altre, traffico, voci, colori, sapori; facciate ricercate con grandi finestre bruciate dal sole, cascate sfavillanti di bouganvillee da togliere il fiato, agavi maestose e fioriti oleandri; ma anche rintocchi di campane e vociare di ragazzini. Era così? Era così quando a vociare ero io, io a correre veloce con la gonna svolazzante su agili gambe di ragazzina? A girare qui e là come il cavallino di una giostra, sognando di essere la ballerina del carillon o la trapezista sul cavallino di un circo, ebbra di libertà dentro un sogno da cui poi non ti liberi più. Era così questa città quando la guardavo e vivevo con gli occhi di allora?

Forse è semplicemente vero che la vita di ogni città ci scorre davanti assieme all’ esistenza, ed è un succedersi di fotogrammi: ma riesci a coglierne e a farne tuoi solo alcuni, quelli che hai imparato ad amare e che ritrovi quando vuoi nella memoria assieme a profumi, volti, sapori, consuetudini. Il resto sfugge, forse non ti appartiene più e per questo fai fatica a definirlo, a capirlo; del resto anche la tua vita è fuggita altrove, insegui altro di cui ora ti occupi, e non sai più ciò che hai lasciato di cosa si è intessuto, quali nuove realtà, quali bisogni, quali attese o illusioni propone, quali amarezze…

Andiamo, ci fermiamo, ritorniamo, andiamo ancora… Nomadi, viaggiatori, turisti, pellegrini, erranti, stanziali. Viviamo tutti in piccoli frazioni di mondo, in infiniti villaggi globali e tutti gli estremi confini dei nostri sogni , anche se non ne abbiamo consapevolezza , ne fanno parte. Oggi in modo incontenibile si vanno modificando i confini, gli orizzonti dello spazio e del tempo si racchiudono in immagini che racchiudi nel palmo della mano, eppure abbiamo bisogno di calpestare ancora le stesse strade, di coniugare ancora l’appartenenza di ieri con quella di oggi.

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