www.questomeseidee.it - anno 5 numero 2 - marzo 2017
Shoah: l’inferno in terra
- gennaio 2016 -
di Roberto Barucco
“…A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”. (Dalla prefazione di “Se questo è un uomo”, di Primo Levi).

“…A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager”.

(Dalla prefazione di “Se questo è un uomo”, di Primo Levi).

Shoah: השואה, HaShoah, "catastrofe", “distruzione”.  Orrore, strazio, vuoto e angoscia. Inferno.

Il genocidio pianificato a tavolino, l’aberrazione diabolica dell’ideologia che diviene devastazione delle coscienze, negazione stessa dell’umanità, sono incisi nella nostra memoria collettiva.

27 gennaio 2016, 27 gennaio 1945: le truppe russe entrano in Auschwitz, liberano i fantasmi che si aggirano tra le sue baracche.

L’ Olocausto, quello sterminio ideato e compiuto, non solo nei confronti degli ebrei d’Europa, ma di tutte le persone considerate indesiderabili, è lì.

Presente, sanguinante, straziato da quella corona di spine di ferro arrugginito che circonda i campi di sterminio, il filo spinato. Quella corona di spine dell’umanità, che fa sanguinare l’anima di chi ricorda e di chi ha cercato, forse trovato nel messaggio affidata ai nuovi esseri umani, agli abitanti del terzo millennio, quella forza di ribadire: “Non dimenticate. Questo avvenne. Questo non deve avvenire ancora”. E' il diritto supremo alla memoria. Eterna. E' il monito, eterno.

Ebrei, prigionieri politici, gruppi etnici, rom, sinti, jenisch, Testimoni di Geova, Pentecostali,  sacerdoti cattolici, pastori protestanti, pope ortodossi, prigionieri di guerra sovietici, polacchi, slavi, malati di mente, omosessuali, disabili, oppositori, ribelli.

Uomini, donne, bambini.

Scrive Primo Levi, prigioniero, mentre inizia, con altre seicentocinquanta persone, la deportazione verso Auschwitz: “Ecco dunque, sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, una delle famose tradotte tedesche, quelle che non ritornano, quelle di cui, fremendo e sempre un poco increduli, avevamo così spesso sentito narrare. Proprio così, punto per punto: vagoni merci, chiusi dall’esterno, e dentro uomini donne bambini compressi senza pietà, come merce di dozzina, in viaggio verso il nulla, in viaggio all’ingiù, verso il fondo. Questa volta dentro siamo noi”. 

Ecco. Questa volta dentro siamo noi. E se permettiamo che accada ancora, allora, "dentro", in quel viaggio all'ingiù, verso il nulla, verso il fondo, ci siamo tutti noi.

Diciassette milioni, forse più, di vittime innocenti. Diciassette milioni, forse più, di “triangoli colorati”, fissati sugli abiti dei disperati appena deportati come povere cose, catalogati con indifferenza gelida, ridotti a numeri e marchiati, nei campi di concentramento e di sterminio del Reich. Tutti finirono nell’immensa macchina di morte costruita, gestita, condotta con precisione teutonica. “Quello che accadde degli altri, delle donne, dei bambini, dei vecchi, noi non potemmo stabilire allora né dopo: la notte li inghiottì, puramente e semplicemente”.

Tutti oggi ammoniscono e parlano, rompono il silenzio. Fermiamoci un poco. Ad ascoltare l'eco d'una preghiera, nel profondo del proprio cuore, per chi crede, o il rumore della nostra coscienza. Ed ecco, scorrono i volti, le reminescenze, quella memoria che non potrà morire mai, diritto supremo conquistato nella tragedia. “Ci salutammo, e fu breve; ciascuno salutò nell’altro la vita. Non avevamo più paura”.

Rimarrà sospesa per sempre su di noi quella frase citata da Primo Levi, slogan malefico, incubo, beffa atroce ed estrema: “Poi l’autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora oggi mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi”.

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