www.questomeseidee.it - anno 5 numero 9 - novembre 2017
Terminal d’agosto
- agosto 2014 -
di Roberto Barucco
Agosto, costruttore di felicità a scadenza programmata, dai sette ai quattordici giorni e di infelicità da ritorno, eccoti. Ti incontriamo per caso nella solita sala d’aeroporto del Nord Italia, a un passo dalla mezzanotte. L’aeromobile, chiamiamola da addetti ai lavori, è in ritardo. Divaghiamo nell’attesa: che strano limbo dell’anima è “ferragosto”, dove si resta immoti ad aspettare una ripresa rinviata a settembre, come una manciata d’esami scomodi.

Dove un sogno possibile, se la nuvolaglia non permette manco di vedere una stella cadente, è appeso a una cascata di fuochi d’artificio di mezzo mese. Ancora un botto nell’aria e poi tanti rimettono via costumi, braghini e mutandoni, teli e asciugamani, maschere e pinne. All'ultimo fuoco già rivedi i volti, “guarda, c’è anche il nostro vicino di casa, mi è sembrato di vedere il collega d’ufficio”, che sono quelli di sempre. Dalle fermate in autogrill, ormai alle spalle, pensi a quelle in metropolitana, cariche di promesse di nebbie e autunno. Vabbè.

Stacchiamo il pensiero dalle premesse grigiastre del “dopo agosto” e torniamo a fissare per caso il percorso giallo, di plastica (durante l’attesa i dettagli assumono una loro peculiarità), ininterrotto, che attraversa l’aeroporto. Si dirama nei recessi più reconditi. Si sposta dietro i tabelloni degli arrivi e delle partenze, dei “delayed” e degli orari. Scompare, quel sentiero giallo, peccato non sia di mattoni, giusto da seguire fino a Oz, dietro una parete di compensato. Lì ci sono i lavori in corso. Guardi, per vedere se oltre, come per le colonne d’Ercole, si annidino anche i leoni. E invece rieccolo, il sentiero giallo, riappare dalle parti d’un corridoio che pare senza fine.

E’ notte. Il tempo è beffardo e rallenta apposta le lancette. In aeroporto c’è un bar ancora aperto. Qualcuno pulisce qua e là. Uno spazzettone e uno straccio bagnato giustiziano i ricordi della prima giornata d’agosto. Altri, rimasti senza tetto e senza nemmeno una speranza, russano quietamente stesi su un letto di ferro improvvisato. Due file di panchine, unite. Una notte all’asciutto. E di questi tempi è molto.

Agosto scorre, anche sui quadranti d’un orologio tondo da vecchia stazione. Nella sala i viaggiatori in attesa si spostano. Come onde. Da un lato all’altro. Chi attende l’arrivo dei propri cari, guarda il tabellone e poi si rassegna a una lunga esplorazione dello smartphone. Qualcuno si avventura nelle lusinghe del tablet. “Arriva”. Risveglio dai pensieri e spremuta residua di adrenalina. No. Non è il nostro. Il nostro è dopo. Forse.

Dal corridoio dei trolley spuntano gli sguardi un po’ trasognati del rientro compiuto. C’è il ragazzo felice che di fronte alla sua “lei”, ancora assonnata, improvvisa una sorta di giga irlandese per farla sorridere. Non basta, e allora, si va per tentazioni di gola. Con un panino. Se non la soffoca, il bacio è garantito.

Alle nostre spalle, c’è chi contempla soddisfatto il bagaglio avvolto nel cellophane, come un piatto da take away. Ecco una ragazza cinese in short, una donna in tacco dodici, abito da sera e scialle. L’umanità ti viene addosso, al Terminal. Passa un pilota, almeno crediamo dalla divisa, in turbante. Viandanti del volo sbucano con la sigaretta all’angolo delle labbra. Spenta. Cercano con gli occhi e con una reciproca complicità quell’angolo nascosto dove far lampeggiare l’accendino. C’è chi con il trolley sperimenta anche una corsetta, chi lo trascina con nonchalance, in equilibrio sulle zeppe estive. Chi viaggia per lavoro e arriva assorto, con l’aria stropicciata, come la sua giacca.

C'è più freddo, fuori piove e mezzanotte è già passata. Ci si potrebbe appisolare in quest’angolo di mondo, se non fosse per le melodie dei telefonini. Nell’ “angolo letto” i senza tetto dormono.

Debutta il secondo giorno agostano, già immerso nella ciclicità di partenze e arrivi, eterna metafora esistenziale.

In pochi si avventurano lungo la strada di plastica gialla, verso il sogno di quel magico mondo di Oz che, forse, ognuno di noi spera di trovare, alla fine o all’inizio di un viaggio.

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